Ifigenia in Aulide

Le tre domande (di Lev Tolstoj)

gennaio 1, 2010 · Lascia un commento

Le tre domande (di Lev Tolstoj)

Un giorno, un certo imperatore pensò che se avesse avuto la risposta a tre domande, avrebbe avuto la chiave per risolvere qualunque problema:
 
•  Qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa?  
•  Quali sono le persone più importanti con cui collaborare?
•  Qual è la cosa che più conta sopra tutte?
 
L’imperatore emanò un bando per tutto il regno annunciando che chi avesse saputo rispondere alle tre domande avrebbe ricevuto una lauta ricompensa. Subito si presentarono a corte numerosi aspiranti, ciascuno con la propria risposta.

Riguardo alla prima domanda, un tale gli consigliò  di preparare un piano di lavoro a cui attenersi rigorosamente, specificando l’ora, il giorno, il mese e l’anno da riservare a ciascuna attività. Soltanto allora avrebbe potuto sperare di fare ogni cosa al momento giusto.

Un altro replicò che era impossibile stabilirlo in anticipo; per sapere cosa fare e quando farlo, l’imperatore doveva rinunciare a ogni futile svago e seguire attentamente il corso degli eventi.

Qualcuno era convinto che l’imperatore non poteva essere tanto previdente e competente da decidere da solo quando intraprendere ogni singola attività; la cosa migliore era istituire un Consiglio di esperti e rimettersi al suo parere.

Qualcun altro disse che certe questioni richiedono una decisione immediata e non lasciano tempo alle consultazioni; se però voleva conoscere in anticipo l’avvenire, avrebbe fatto bene a rivolgersi ai maghi e agli indovini.

Anche alla seconda domanda si rispose nel modi più disparati.
Uno disse che l’imperatore doveva riporre tutta la sua fiducia negli amministratori, un altro gli consigliò di affidarsi al clero e ai monaci; c’era chi gli raccomandava i medici e chi si pronunciava in favore dei soldati.

La terza domanda suscitò di nuovo una varietà di pareri. Alcuni dissero che l’attività più importante era la scienza. Altri insistevano sulla religione. Altri ancora affermavano che la cosa più importante era l’arte militare.

L’imperatore non fu soddisfatto da nessuna delle risposte, e la ricompensa non venne assegnata.

Dopo parecchie notti di riflessione, l’imperatore decise di andare a trovare un eremita che viveva sulle montagne e che aveva fama di essere un illuminato. Voleva cercarlo per rivolgere a lui le tre domande, pur sapendo che l’eremita non lasciava mai le montagne e riceveva solo la povera gente, rifiutandosi di trattare con i ricchi e i potenti. Perciò, vestiti i panni di un semplice contadino, ordinò alla sua scorta di attenderlo ai piedi del monte e si arrampicò da solo su per la china in cerca dell’eremita.

Giunto alla dimora del sant’uomo, l’imperatore lo trovò che vangava l’orto nei pressi della sua capanna.
Alla vista dello sconosciuto, l’eremita fece un cenno di saluto col capo senza smettere di vangare. La fatica gli si leggeva in volto. Era vecchio, e ogni volta che affondava la vanga per smuovere una zolla, gettava un lamento.
L’imperatore gli si avvicinò e disse: “Sono venuto  per chiederti di rispondere a tre domande: qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa? Quali sono le persone più importanti con cui collaborare? Qual è  la cosa che più conta sopra tutte?”.

L’eremita ascoltò attentamente, ma si limitò a dargli un’amichevole pacca sulla spalla e riprese a vangare. L’imperatore disse: “Devi essere stanco. Sù, lascia che ti dia una mano”. L’eremita lo ringraziò, gli diede la vanga e si sedette per terra a riposare.

Dopo aver scavato due solchi, l’imperatore si fermò e si, rivolse all’eremita per ripetergli le sue tre domande. Di nuovo quello non rispose, ma si alzò e disse, indicando la vanga: , “Perché non ti riposi? Ora ricomincio io”. Ma l’imperatore continuò a vangare. Passa un’ora, ne passano due. Finalmente il sole comincia a calare dietro le montagne.

L’imperatore mise giù la vanga e disse all’eremita: ”Sono venuto per rivolgerti tre domande. Ma se non sai darmi la risposta ti prego di dirmelo, così me ne ritorno a casa mia”. L’eremita alzò la testa e domandò all’imperatore: “Non senti qualcuno che corre verso di noi?”.

L’imperatore si voltò. Entrambi videro sbucare dal folto degli alberi un uomo con una lunga barba bianca che correva a perdifiato premendosi le mani insanguinate sullo stomaco. L’uomo puntò verso l’imperatore, prima di accasciarsi al suolo con un gemito, privo di sensi. Rimossi gli indumenti, videro che era stato ferito gravemente. L’imperatore pulì la ferita e la fasciò servendosi della propria camicia che però in pochi istanti fu completamente intrisa di sangue. Allora la sciacquò e rifece la fasciatura più volte, finché l’emorragia  non si fu fermata. Alla fine il ferito riprese i sensi e chiese da bere. L’imperatore corse al fiume e ritornò con una brocca d’acqua fresca.

Nel frattempo, il sole era tramontato e l’aria notturna cominciava a farsi fredda. L’eremita aiutò l’imperatore a trasportare il ferito nella capanna  e ad adagiarlo sul suo letto. L’uomo chiuse gli occhi e  restò immobile. L’imperatore era sfinito dalla lunga arrampicata e dal lavoro nell’orto. Si appoggiò al  vano della porta e si addormentò. Al suo risveglio, il sole era già alto. Per un attimo dimenticò dov’era e cos’era venuto a fare. Gettò un’occhiata al letto e vide il ferito che si guardava attorno smarrito.

Alla vista dell’imperatore, si mise a fissarlo intensamente e gli disse in un sussurro: “Vi prego, perdonatemi”. “Ma di che cosa devo perdonarti?”, rispose l’imperatore. ‘Voi non mi conoscete, maestà, ma io vi conosco. Ero vostro nemico mortale e avevo giurato di vendicarmi perché nell’ultima guerra uccideste mio fratello e  vi impossessaste dei miei beni. Quando seppi che andavate da solo sulle montagne in cerca dell’eremita, decisi di tendervi un agguato sulla via del ritorno e uccidervi. Ma dopo molte ore di attesa non vi eravate ancora fatto vivo, perciò decisi di lasciare il mio nascondiglio per venirvi a cercare. Ma invece di trovare voi mi sono imbattuto nella scorta, che mi ha riconosciuto e mi ha ferito. Per fortuna, sono riuscito a fuggire e ad arrivare fin qui. Se non vi avessi incontrato, a quest’ora sarei morto certamente. Volevo uccidervi, e invece mi avete salvato la vita! La mia vergogna e la mia riconoscenza sono indicibili. Se vivo, giuro di servirvi per il resto dei miei giorni e di imporre ai miei figli e nipoti di fare altrettanto. Vi prego, concedetemi il vostro perdono”. L’imperatore si rallegrò infinitamente dell’inattesa riconciliazione con un uomo che gli era stato nemico. Non solo lo perdonò, ma promise di restituirgli i beni  e mandargli il medico e i servitori di corte per accudirlo finché non fosse completamente guarito. Ordinò alla sua scorta di riaccompagnarlo a casa, poi andò in cerca dell’eremita.

Prima di ritornare a palazzo, voleva riproporgli le tre domande per l’ultima volta. Lo trovò che seminava nel terreno dove il giorno prima avevano vangato.
L’eremita si alzò e guardò l’imperatore. “Ma le tue domande hanno già avuto risposta”.
“Come sarebbe?”, chiese l’imperatore, perplesso.
“Se ieri non avessi avuto pietà della mia vecchiaia e non mi avessi aiutato a scavare questi solchi, saresti  stato aggredito da quell’uomo sulla via del ritorno. Allora ti saresti pentito amaramente di non essere rimasto con me.
Perciò, il momento più importante era quello in cui scavavi i solchi, la persona più importante ero io, e la cosa più importante da fare era aiutarmi. Più tardi, quando è arrivato il ferito, il momento più importante era quello in cui gli hai medicato la ferita, perché se tu non lo avessi curato sarebbe morto e avresti perso l’occasione di riconciliarti con lui. Per lo stesso motivo, la persona più importante era lui e la cosa più importante da fare era medicare la sua ferita.

Ricorda che c’è un unico momento importante: questo. Il presente è il  solo momento di cui siamo padroni. La persona più importante è sempre quella con cui siamo, quella che ci sta di fronte, perché chi può dire se in futuro avremo a che fare con altre persone? La cosa che più conta sopra tutte è rendere felice la persona che ti sta accanto, perché solo questo è lo scopo della vita”.

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Il mondo che creiamo

novembre 25, 2009 · 1 commento

Mi ricordavo questa storia e sono andata a ricercarla in rete: ne ho ritrovato tanti cloni, ma ciò non mi ha fatto desistere dal riproporvela, perché secondo me è molto significativa.

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Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse nell’aldilà e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno.

Un angelo lo accontentò e lo condusse all’inferno. Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili, pur tuttavia i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pietà.

“Com’e’ possibile?”, chiese il samurai alla sua guida. “Con tutto quel ben di Dio davanti!”.

“Vedi,” rispose l’angelo, “quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare, solo che sono lunghi più di un metro e devono essere rigorosamente impugnati all’estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca”.
Il samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.

Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso. Qui lo attendeva una sorpresa. Il paradiso era un salone assolutamente identico a quello visto all’inferno e, nell’immenso salone, un’infinita tavolata di gente e un’identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.

C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.

“Ma com’e’ possibile?”, chiese il samurai.

L’angelo sorrise.

“All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché si sono sempre comportati così nella vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”.

L’inferno e il paradiso sono dentro di noi.

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Cos’è bene, cos’è male

ottobre 31, 2009 · Lascia un commento

Medaglia - dritto e rovescio

L’immagine è del dritto e rovescio della medaglia conferita dall’Accademia di Studi Numismatici al Circolo Filatelico Numismatico Dauno (cliccare sulla foto)

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Fortuna, sfortuna chi può dirlo…

C’era una volta in un lontano paesetto un povero contadino che traeva di che vivere da un campicello che lavorava assieme alla moglie e al figlio e con l’aiuto di un cavallo. Un giorno il recinto venne lasciato inavvertitamente aperto e il cavallo fuggì.

I vicini, appresa la notizia, esclamarono: “Poveretto, che sfortuna, e adesso come farai a lavorare?”. Il contadino rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo!” I vicini restarono perplessi nel sentire quella strana risposta. Dopo qualche settimana il cavallo che era scappato tornò portandosi dietro una mandria di cavalli selvaggi che furono rinchiusi nel recinto. I vicini, vedendo tutti quei cavalli, esclamarono: “Che fortuna!” E il contadino ancora una volta rispose: “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo!”

I vicini restarono ancora più perplessi nel sentire quella risposta. Dopo qualche giorno, mentre il figlio stava domando uno dei cavalli, cadde a terra e si ruppe un piede. I vicini subito esclamarono: “Che sfortuna, e adesso come fai?!” E il contadino ancora una volta rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo!”. I vicini non sapevano più che cosa pensare del vecchio. “Forse è matto!”, pensarono. Dopo qualche settimana comparvero in paese alcuni soldati che reclutavano i giovani validi per la guerra. Quando entrarono nella capanna trovarono il giovanotto zoppicante e naturalmente lo scartarono, mentre tutti gli altri giovani furono reclutati.

I vicini non ci videro più: “Che mazzo, che fortuna!” E il vecchio contadino ancora una volta rispose imperturbabile: “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo”.

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Vi riporto un’altra storia, che non ho tempo di cercare in rete e quindi vado a memoria.

Le cose spesso non sono come sembrano.

Due angeli, uno più giovane e uno più anziano, visitarono la casa di una famiglia da cui furono trattati in malo modo, furono loro offerti gli avanzi del cibo e messi a dormire nella stalla.

Durante la notte, l’angelo anziano vide un foro nella parete della stalla e lo riparò.

Si recarono l’indomani da un’altra famiglia, che li onorò, li ospitò alla propria tavola riservando loro, del misero pasto a disposzione, la parte migliore, e cedettero ai due angeli il loro letto per farli riposare più comodamente.

La mattina seguente la famigliola trovò la propria vacca, unica sua fonte di sostentamento, stramazzata al suolo, e se ne disperò.

L’angelo più giovane, sconcertato, chiese a quello anziano: “Ma come, alla famiglia egoista e arida che ci ha maltrattato tu hai fatto pure i lavori di manutenzione, e a questa che ci ha ospitato con tutti gli onori hai permesso che morisse la mucca?”.

Allora l’angelo più anziano rispose: “Le cose non sono sempre come sembrano, Quando dormivamo nella stalla, ho visto dal buco della parete un grande tesoro, e allora l’ho coperto affinché quella famiglia che non meritava nulla non lo rinvenisse.”

“Ma la mucca morta a questa famiglia? Guardali, sono disperati, come faranno?”.

“Stanotte è venuto l’Angelo della Morte, e voleva portare via la mamma, e io ho insistito perché la lasciasse vivere, e accettasse in cambio la mucca”.

Le cose spesso non sono come sembrano.

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La formica produttiva

ottobre 21, 2009 · 3 commenti

formica

Nel mio ufficio, a fronte di un sottodimensionamento di personale per cui non si riesce a far fronte a tutto il lavoro, anziché mandarci il personale richiesto a supporto hanno inviato un nuovo supervisore. Questo mi ha ricordato una storiella (tutto il mondo è paese) che sono andata a ricercare in rete e che vi propongo volentieri. DM.

***

Tutti i giorni, molto presto, arrivava in ufficio la Formica produttiva e felice. Lì trascorreva i suoi giorni, lavorando e canticchiando una vecchia canzone d’amore.
Era produttiva e felice ma, ahimè, non era supervisionata.

Il Calabrone, gestore generale, considerò la cosa impossibile e creò il posto di supervisore, per il quale assunsero uno Scarafaggio con molta esperienza. La prima preoccupazione dello Scarafaggio fu standardizzare l’ora di entrata e di uscita e preparò anche dei bellissimi report. Ben presto fu necessaria una segretaria per aiutare a preparare i report, e quindi assunsero una Ragnetta, che organizzò gli archivi e si occupò del telefono.

Intanto la formica produttiva era felice e continuava a lavorare.

Il Calabrone, gestore generale, era incantato dai report dello scarafaggio supervisore, e così finì col chiedere anche quadri comparativi e grafici, indicatori di gestione ed analisi delle tendenze. Fu quindi necessario assumere una Mosca aiutante del supervisore e fu necessario un nuovo computer con stampante a colori.

Ben presto la Formica produttiva e felice smise di canticchiare le sue melodie e cominciò a lamentarsi di tutto il movimento di carte che c’era da fare.

Il Calabrone pertanto concluse che era giunto il momento di adottare delle nuove misure: crearono la posizione di gestore dell’area dove lavorava la Formica produttiva e felice. L’incarico fu dato ad una Cicala, che mise la moquette nel suo ufficio e fece comprare una poltrona speciale.
Il nuovo gestore di area chiaramente ebbe bisogno di un nuovo computer, e quando si ha più di un computer è necessaria una Intranet.
Il nuovo gestore ben presto ebbe bisogno di un assistente (Remora, già suo aiutante nell’impresa precedente), che l’aiutasse a preparare il piano strategico e il budget per l’area dove lavorava la Formica produttiva e felice.

La Formica non canticchiava più ed ogni giorno si faceva più irascibile.

“Prima o poi dovremmo commissionare uno studio sull’ambiente lavorativo” disse la Cicala.
Ma un giorno il gestore generale, mentre rivedeva il bilancio, si rese conto che l’unità nella quale lavorava la Formica produttiva e felice non rendeva piu tanto.
E cosi contattò il Gufo, prestigioso consulente, perchè facesse una diagnosi della situazione.
Il Gufo rimase tre mesi negli uffici ed emise un cervellotico report di vari volumi e di vari milioni di euro, che concludeva con la frase: “Troppa gente lavora in questo ufficio.”
Cosi il gestore generale seguì il consiglio del consulente e licenziò la Formica (ormai ben lungi dall’essere felice).

Morale: Non ti venga mai in mente di essere una Formica produttiva e felice: è preferibile essere inutile e incompetente, perchè è risaputo che gli incompetenti non hanno bisogno di supervisori. Se nonostante tutto sei produttivo, non mostrarti mai felice, perchè non te lo perdonerebbero: inventati ogni tanto qualche disgrazia, qualcosa che generi compassione. Se invece ti ostini ad essere una Formica produttiva e felice, mettiti in proprio: almeno non vivranno sulle tue spalle calabroni, scarafaggi, ragnetti, mosche, cicale, remore e gufi.

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Maternità e paternità

ottobre 19, 2009 · Lascia un commento

Peso maternitàRacconto tratto dal sito www.piccolestorie.it

Autore: Bruno Ferrero – Libro: Cerchi nell’Acqua
Casa Editrice: ElleDiCi

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Il debito

Un uomo molto ricco aveva tanti debitori.

Quando fu assai avanti negli anni, chiamò un giorno alcuni di quelli che gli dovevano più denaro e disse: “Se non mi potete restituire oggi quanto mi dovete e giurate solennemente di pagare i vostri debiti nella vostra vita futura, io brucerò le cambiali che mi avete firmato”.

Il primo debitore gli doveva una piccola somma. Giurò che nella vita futura avrebbe accettato di essere il cavallo del creditore e lo avrebbe portato in giro sulla groppa dovunque volesse andare.
Il vecchio accettò l’offerta e bruciò le carte con il suo debito.

Il secondo debitore doveva una somma più grossa e promise: “Io sono pronto a diventare nell’altra vita il tuo bue. Tirerò l’aratro per arare i campi e i tuoi carri di fieno e così pagherò il mio debito”.
Il vecchio accettò e bruciò le cambiali del secondo debitore.

Per ultimo toccò a un uomo che aveva un debito enorme:
“Per ripagare il mio debito – disse – nella vita futura sarò tuo padre”.
Il vecchio andò su tutte le furie, prese un bastone e stava per picchiare il debitore irriverente.
L’altro lo fermò e disse: “Lasciami spiegare prima di picchiarmi. Il mio debito è enorme, non posso certo ripagarlo diventando solo il tuo bue o il tuo cavallo. Sono pronto ad essere tuo padre. Così lavorerò giorno e notte per te, ti proteggerò quando sarai piccolo e veglierò su dite fino a quando sarai cresciuto. Affronterò qualsiasi sacrificio rischierò anche la vita perché a te non manchi nulla, e alla mia morte ti lascerò tutte le ricchezze che avrò accumulato. Non è molto di più che farti da bue e da cavallo? Non è una buona proposta per pagare il mio debito?”.

***

Perché mi hai fatto nascere?

Una figlia si voltò con scatto viperino verso la madre ed esclamò: “Se ti do tanto fastidio perchè mi hai fatto nascere?”.
La madre ci rimase male, ma la figlia aveva ragione.
Decidere di avere un figlio è contrarre con quella persona il debito più grande che la mente umana possa immaginare.

C’è qualche cosa di più grande che dire a uno che non c’è: “D’ora in poi tu esisti perché io lo voglio”?

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La vera bellezza

agosto 22, 2009 · 2 commenti

Foto da My sister's keeper

Immagine dal film My sister's keeper con Cameron Diaz

“Se non me lo lasci fare non potrò andare a scuola! Mi vergognerei troppo… È terribiÌmente importante, mamma!”. Elena scoppiò a piangere. Era la sua arma più efficace.
“Uffa, fa’ come vuoi…” brontolò la madre, sbattendo il cucchiaino nel lavello. “Sembrerai un mostro. Peggio per te”.

In altre 23 famiglie stava avvenendo una scenetta più o meno simile. Erano i ragazzi della Seconda B della Scuola Media “Carlo Alberto di Savoia”. Per quel giorno avevano preso una decisione importante. Ma gli allievi della Seconda B erano 25.

In effetti, solo nella venticinquesima famiglia, le cose stavano andando in un modo diverso, Elisabetta era un concentrato di apprensione, la mamma e il papà cercavano di incoraggiarla.

Era la quindicesima volta che la ragazzina correva a guardarsi allo specchio.
“Mi prenderanno in giro, lo so. Pensa a Marisa che non mi sopporta o a Paolo che mi chiama ‘canna da pesca’… Non aspetteranno altro”. Grossi lacrimoni salati ricominciarono a scorrere sulle guance della ragazzina. Cercò di sistemarsi il cappellino sportivo che le stava un po’ largo.

Il papà la guardò con la sua aria tranquilla: “Coraggio Elisabetta. Ti ricresceranno presto. Stai reagendo molto bene alla cura e fra qualche mese starai benissimo”.

“Sì, ma guarda!”. Elisabetta indicò con aria affranta la sua testa che si rifletteva nello specchio, lucida e rosea.
La cura contro la leucemia che l’aveva colpita due mesi prima le aveva fatto cadere tutti i capelli.

La mamma la abbracciò: “Forza Elisabetta. Si abitueranno presto, vedrai…”.

Elisabetta tirò su con il naso, si infilò il cappellino, prese lo zainetto e si avviò. Davanti alla porta della Seconda B, il cuore le martellava forte. Chiuse gli occhi ed entrò. Quando riaprì gli occhi per cercare il suo banco, vide qualcosa di strano. Tutti, ma proprio tutti, i suoi compagni avevano un cappellino in testa, si voltarono verso di lei e sorridendo si tolsero il cappello esclamando: “Bentornata Elisabetta!”.

Erano tutti rasati a zero, anche Marisa cosi fiera dei suoi riccioli, anche Paolo, anche Elena e Giangi e Francesca… tutti. Si alzarono e abbracciarono Elisabetta che non sapeva se piangere o ridere e mormorava soltanto: “Grazie…”.

Dalla cattedra, sorrideva anche il professor Donati, che non si era rasato i capelli, perché era pelato di suo e aveva la testa come una palla da biliardo.

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Storia trovata su www.piccolestorie.it, fonte indicata:
Autore: Bruno Ferrero – Libro: Ma Noi Abbiamo le Ali
Casa Editrice: ElleDiCi

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Grazie, Barcelona!

giugno 1, 2009 · 2 commenti

bimbo volaChampions

Messi, il gol del destino
la “Pulce” vola sopra tutti

Messi è stato il protagonista della finale di Champions: ha segnato il secondo gol, ha oscurato Cristiano Ronaldo e si candida a vincere il pallone d’oro
di ANDREA SORRENTINO

 
ROMA - La Pulce vola in sospensione, su su in alto, lei che è la più piccola in campo e invece adesso, in questo istante che dura un secolo e che la avvicina alla gloria, alla Champions e a tutti i possibili premi individuali del 2009, sembra tanto più grande degli altri.

Rimane in aria, la Pulce, quello che serve ad arrampicarsi sul pallone e oltre Rio Ferdinand, che stasera pare chiuso in un busto di marmo di Carrara. Il cross di Xavi è una piuma che sale leggera verso l’area e la Pulce, Leo Messi, sa che non fallirà.

Il colpo di testa non è nel suo repertorio e infatti arriva all’impatto un po’ storto, sghembo, colpisce quasi con l’orecchio sinistro, in definitiva di tempia, eppure la palla va dove deve andare, nell’angolo di là, oltre i 2 metri e le braccia da deltaplano di Van der Sar, oltre il Manchester United, oltre la paura.

Poi è rete, il 2-0 e la Champions League, cioè tutto, perché questo è un anno di grazia. Per Leo Messi e per il Barcellona, per Pep Guardiola e per tutta la “cantera”, il vivaio.

E’ triplete: Liga, Champions League e Coppa del Re. La squadra più forte che ci sia adesso ma anche, sospettano in Spagna, la migliore che sia mai esistita. Per Messi è la consacrazione definitiva: Pallone d’oro e Fifa World Player hanno già un vincitore, inutile aspettare l’inverno.

Cristiano Ronaldo ha acceso la partita con tre spaventose fiammate nei primi nove minuti, poi si è spento pian piano, mentre Leo ha iniziato timidino, ma alla fine si è preso tutto. E alla fine, prima della consegna della coppa, gli scappa pure qualche lacrima, abbracciato a Sylvinho.

Il gol di Messi è il suo trentottesimo, tanto per far capire che stagione è stata. Nove in Champions, e capocannoniere d’Europa senza discussioni. Ventitré in campionato, solo Eto’o ha fatto meglio di lui (29). E altri sei in Coppa del Re. La ciliegina è questo gol in finale, appena il secondo di testa su 38.

La finale del 2006 vinta a Parigi se l’era vista dalla tribuna, perché si era infortunato negli ottavi: “Non ho mai sentito mia quella vittoria, al punto che non partecipai neppure ai festeggiamenti, non mi si vede in nessuna foto”, ha confessato nei giorni scorsi con quella sua vocina fessa, da timido irrimediabile, che poi è la disperazione di chiunque lo intervisti.

Semplicemente, Leo Messi fuori dal campo non ha mai nulla da dire. Lui vive solo dentro la partita e dietro al pallone.

Se n’era accorta subito la nonna, quando il piccolo Leo (sarebbe rimasto sempre piccolo, in effetti) a quattro anni passava le giornate a Rosario, in Argentina, appiccicato al pallone, al punto che la signora lo portò a giocare in una squadra di pulcini, anche se l’età minima era di sei anni. Segnava sempre, in tutte le partite, raccontano anche cento gol a campionato, con quella sua velocità assurda.

Finché il Barcellona se ne accorse, e a tredici anni lo portò in Catalogna. Lo sottopose a cure ormonali contro il nanismo che lo affliggeva, credette in lui, fece arrivare i genitori dall’Argentina per stargli vicino e trovò un lavoro al papà.

La Pulce ieri sera ha ringraziato. A modo suo.

(28 maggio 2009)

Fonte: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/sport/calcio/champions_league/finale-a-roma/messi/messi.html

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Lo stupro

aprile 25, 2009 · 5 commenti

Navigando su youtube di video in video, arrivo a questo che doveva essere “comico”, e vengo a conoscenza di una realtà sconvolgente.

 

I campi di stupro. Non stupri in guerra, terribili e sconvolgenti, ma comunque attribuibili alla bestialità del singolo, ma sistematica tecnica di guerra, uccidere l’anima, come nella migliore tradizione nazista.

Vado su Google e cerco “campi di stupro”. Arrivo al secondo articolo e cedo, non ce la faccio a leggere. Qualcuno ci dica come aiutare queste donne. Qualcuno ci aiuti ad aiutare l’umanità che subisce ogni forma di violenza.

Vi riporto uno degli articoli letti, [fonte: http://blog.parrocchiatrebaseleghe.org/index.php?p=76&more=1&c=1&tb=1&pb=1 ] dalla quele ometterò i dettagli, visto che la violenza è un cancro universale. Chi fosse interessato all’articolo completo, può leggerlo direttamente dalla fonte.

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Congo, la donna è un campo di battaglia. Lo stupro una strategia di guerra

Riporto questo articolo dal sito del Corriere. Ogni commento personale mi pare superfluo. «Devo proteggermi» sussurra l’uomo in camice bianco. «Ho imparato a essere insensibile per poter curare pazienti che perdono urina e materia fecale dopo che lo stupro di gruppo le ha lacerate. Donne torturate con bastoni, coltelli, baionette esplose dentro i loro corpi rimasti senza vagina, vescica, retto. Ragazze alle quali devo dire: mademoiselle, lei non ha più un apparato genitale, non diventerà mai una donna». Dieci anni fa, una giovane violentata a cento metri da qui si è trascinata da lui. Da allora, nel suo ospedale Panzi a Bukavu, il ginecologo Denis Mukwege ha operato 25 mila vittime di stupri efferati e ne ha medicato altrettante nei villaggi, condannato a leggere nei loro corpi gli scempi di questo cruciale lembo d’Africa, [...] sulle rive di un lago beffardamente incantevole a ridosso della frontiera con il Ruanda.

Cinque milioni di morti dal ’98 al 2002, nel conflitto più sanguinoso del globo dopo la seconda guerra mondiale. Poi i ribelli impazziti, i villaggi cancellati, la missione dell’Onu Monuc – la più imponente, con 17 mila caschi blu – capace solo di contare i morti dopo battaglie sbrigativamente attribuite a faide etniche e che invece mirano al controllo di immense e maledette ricchezze minerarie: oro, tantalio, diamanti.

Lo stupro, qui, è l’arma affilata di una guerra che da tempo ha perduto la linea del fronte. La strategia primordiale di tutte le sigle paramilitari [...]. Violenza sistematica, compiuta davanti a figli e mariti: annientare le donne è un metodo veloce e sicuro per riuscire a mutilare intere comunità, spaccandole in un’invincibile vergogna.

Corpi sfioriti come quello di Elise Mukumbila, maschera di rughe e livore: nelle credenze tribali, forzare un’anziana porta ricchezza, così i Mai Mai hanno abusato di Elise per mesi, nella foresta a nord di Goma, lasciandole l’Hiv. La incontro a Goma, nel piccolo centro di Univie Sida, associazione locale che convince le donne sieropositive del fatto che la vita può, deve continuare.

E corpi di bambine come Valentine, orfana dodicenne, perché violare una vergine rende immortali. Lei ha perso la parola dopo i ripetuti stupri di gruppo, ha la gonna fradicia di urina per una fistola mai curata: la sorella maggiore vuole nascondere la tragedia agli altri sfollati nel campo di Buhimba, poco lontano da Goma, dicendo a tutti che il sorriso vuoto della bimba non è che una pazzia senza nome.

A Bukavu Janette Mapengo, 31 anni, mi si avvicina zoppicando. Gli otto hutu che l’hanno violentata nella sua capanna costringevano il marito a guardare, per poi seccarlo con una pallottola in fronte ed esplodere su Janette altri tre colpi, appena lei ha osato urlare. Alza la gonna scolorita mostrando l’arto di plastica: all’ospedale Panzi le è stata amputata la gamba destra maciullata dagli spari.

Janette piange piano: «Sono inutile».

Françoise Mukeina ha 43 anni, undici figli, occhi color miele: «Cento hutu ci hanno prese in otto dal villaggio, a Shabunda, tenendoci schiave nella foresta per due anni, nutrite con gli avanzi, violentate a turno ogni giorno, marchiate col fuoco. Quando mi hanno mandato a fare legna sono fuggita. Ho dolori che non finiscono mai ma ringrazio Dio: io sono viva, le altre no». [...].

Ma per ora, qui, domina l’impunità: [...] «Sta per arrivare un inviato della Corte dell’Aja» rivela. «Dovrà capire se esistono prove sufficienti a denunciare per stupro i signori della guerra».

Delle 58 condanne eseguite a Bukavu nel 2008 (su 353 denunce), solo 9 riguardavano militari, ma rispondevano anche di altri delitti. «Se a soffrire fossero gli uomini e non le donne» dice sommesso il dottor Mukwege «la comunità internazionale avrebbe già trovato una soluzione».

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L’ipocrisia che uccide

aprile 8, 2009 · 1 commento

Macerie (fonte: Carmilla on line)
di Alessandra Daniele

In Abruzzo più di un centinaio di morti, e decine di migliaia di senzatetto.
In Parlamento il solito accordo bipartisan: ”questo non è il momento delle polemiche”.
Certo, sarebbe assurdo parlare di norme antisismiche dopo un sisma.
Parliamo di norme antiforfora.

Poi magari diamo fuoco anche alle baraccopoli degli abruzzesi sfollati come facciamo con quelle dei rom.
Questo non è il momento di parlare di speculazione edilizia, incuria, ecomafia, corruzione, per riflettere su quanto sia appropriata la definizione “condono tombale”.
È il momento di dare al governo la possibilità di sfruttare la tragedia come ennesimo spot “sociale” per le elezioni europee.
Qualcosa tipo la strappona sdraiata sulla monnezza che ringrazia il governo di avere “ripulito Napoli”, ma più in grande, e a reti semi-unificate.
I pezzi grossi da Vespa, il gran sacerdote del Cordoglio Controllato, l’imbalsamatore capo d’ogni tragedia da mummificare nella retorica istituzionale.
Gli sfigati al tavolo tondo da seduta spiritica di Lerner e Gruber, accanto all’inquietante materializzazione dell’ectoplasma di Zamberletti.
Questo non è il momento di dare la colpa ai colpevoli, di attribuire le responsabilità ai responsabili.
È il momento di intervistare gli esperti, e domandargli basiti e increduli come sia possibile aspettarsi un terremoto in un paese che da sempre trema come un parkinsoniano all’ultimo stadio.
Ci faranno una puntata di Voyager. Lo chiederanno a Titor, alla setta dei Cugini di Satana, al sagrestano di Rennes-le-Château: com’è possibile aspettarsi un sisma in zona sismica?..
Questo non è il momento di chiedere conto a chi costruisce palazzi con lo zucchero a velo al posto del cemento, sarebbe indelicato verso chi sotto le macerie di quei palazzi c’è morto.
Il loro ultimo desiderio è stato di certo un accordo bipartisan in Parlamento che evitasse le polemiche.
Questo è il momento di ravanare tra le macerie delle vite altrui, a caccia di reperti strappalacrime da esibire alle telecamere, e poi accusare di sciacallaggio chi quelle vite le avrebbe volute salvare.
Questo è il momento di pregustare il business per la ricostruzione, condito dalla deregulation del nuovo piano casa.
È il momento di preparare il prossimo condono tombale.

Pubblicato Aprile 7, 2009 04:19 AM |

→ 1 CommentoCategorie: Terremoto Abruzzo

La centesima scimmia

aprile 4, 2009 · Lascia un commento

Quando Antonella ha letto il mio articolo “La multa” sul mio blog principale, si è complimentata per questa piccola goccia nel mare, sostenendo che azioni come questa possono avere il potere di smuovere la coscienza civile delle persone; a tale proposito,  mi ha fatto presente il fenomeno della centesima scimmia, di cui avevo sentito parlare ma che non avevo mai approfondito.

Vi riporto la descrizione che ne dà wikipedia: mi dispiace che si sia rivelata una fandonia (ma difficile che potesse non esserlo), comunque una “morale” secondo me c’è: quando un comportamento rappresenta non un’eccezione, ma coinvolge una “massa critica” della popolazione, si ha, nel bene o nel male, un cambiamento qualitativo della società.

Il fatto che l’esempio sia contagioso è una storia nota, ma è quella di cui tutti più si dimenticano. Nel caso citato nel mio post, in cui ho fatto venire a galla un malcostume che sembra diffuso tra alcuni postini di abbandonare le raccomandate anziché consegnarle nelle mani del legittimo destinatario, forse un cambio di rotta degli italiani porterebbe a un miglioramento della nostra quotidianità.

Oggi spesso in Italia scegliamo di subire perché, come giustamente ha osservato qualcuno, ti prendono per stanchezza e sfinimento, per cui tutt’al più mugugnamo e ci lamentiao in sedi inutili, ma una presa di posizione diffusa, una massa critica che pretenda giustizia e rispetto, porterebbe presumibilmente a uno snellimento della burocrazia e a una maggiore coscienza nello svolgimento del proprio lavoro, oggi spesso condotto con superficialità e  pressapochismo.

 

Fenomeno della centesima scimmia

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il Fenomeno della centesima scimmia è un supposto fenomeno paranormale in ambito sociale che lo scrittore inglese Lyall Watson dichiarò di avere osservato per la prima volta nel 1979 nell’isola giapponese di Koshima. In realtà, si tratta di un mito pseudoscientifico, come mostrato da successive analisi e rivelato dallo stesso Watson alcuni anni più tardi.

Esso riguardava il comportamento di un gruppo di macachi che avevano imparato spontaneamente a lavare le patate per eliminare la sabbia e altre incrostazioni prima di mangiarle. Le prime scimmie imparavano faticosamente la tecnica dai primi macachi che avevano cominciato a lavare le patate. Questo fenomeno è ben noto e studiato dai primatologi.

Tuttavia, Watson affermò che improvvisamente, dopo che novantanove macachi avevano dovuto apprendere la tecnica nel modo consueto, una centesima scimmia aveva anch’essa imparato a lavare le patate: l’esistenza di questa “massa critica” di scimmie allenate aveva aperto una non meglio precisata porta di natura paranormale, e da quel momento un gran numero di scimmie, non solo nella stessa isola ma persino in altre isole molto lontane, avevano cominciato a lavare le patate prima di mangiarle, senza aver avuto contatti diretti con il gruppo originario.

La lezione della centesima scimmia sarebbe stata chiara: se un numero sufficiente di persone, ovvero una “massa critica”, sperimenta una stessa esperienza, ad un certo punto si produrrà lo stesso fenomeno transpersonale che si è verificato fra le scimmie giapponesi, e tutta l’umanità sperimenterà una trasformazione istantanea.

Ogni indagine successiva della vicenda della centesima scimmia ha mostrato rapidamente che si trattava di una leggenda. In realtà le scimmie avevano effettivamente imparato a lavare le patate, ma tutte nei modi ben noti dell’apprendimento per prove ed errori e dell’imitazione.

Infine, lo stesso Lyall Watson ha ammesso nel 1985 di avere largamente inventato la storia della centesima scimmia.

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