Cos’è bene, cos’è male Sabato, Ott 31 2009 

Medaglia - dritto e rovescio

L’immagine è del dritto e rovescio della medaglia conferita dall’Accademia di Studi Numismatici al Circolo Filatelico Numismatico Dauno (cliccare sulla foto)

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Fortuna, sfortuna chi può dirlo…

C’era una volta in un lontano paesetto un povero contadino che traeva di che vivere da un campicello che lavorava assieme alla moglie e al figlio e con l’aiuto di un cavallo. Un giorno il recinto venne lasciato inavvertitamente aperto e il cavallo fuggì.

I vicini, appresa la notizia, esclamarono: “Poveretto, che sfortuna, e adesso come farai a lavorare?”. Il contadino rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo!” I vicini restarono perplessi nel sentire quella strana risposta. Dopo qualche settimana il cavallo che era scappato tornò portandosi dietro una mandria di cavalli selvaggi che furono rinchiusi nel recinto. I vicini, vedendo tutti quei cavalli, esclamarono: “Che fortuna!” E il contadino ancora una volta rispose: “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo!”

I vicini restarono ancora più perplessi nel sentire quella risposta. Dopo qualche giorno, mentre il figlio stava domando uno dei cavalli, cadde a terra e si ruppe un piede. I vicini subito esclamarono: “Che sfortuna, e adesso come fai?!” E il contadino ancora una volta rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo!”. I vicini non sapevano più che cosa pensare del vecchio. “Forse è matto!”, pensarono. Dopo qualche settimana comparvero in paese alcuni soldati che reclutavano i giovani validi per la guerra. Quando entrarono nella capanna trovarono il giovanotto zoppicante e naturalmente lo scartarono, mentre tutti gli altri giovani furono reclutati.

I vicini non ci videro più: “Che mazzo, che fortuna!” E il vecchio contadino ancora una volta rispose imperturbabile: “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo”.

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Vi riporto un’altra storia, che non ho tempo di cercare in rete e quindi vado a memoria.

Le cose spesso non sono come sembrano.

Due angeli, uno più giovane e uno più anziano, visitarono la casa di una famiglia da cui furono trattati in malo modo, furono loro offerti gli avanzi del cibo e messi a dormire nella stalla.

Durante la notte, l’angelo anziano vide un foro nella parete della stalla e lo riparò.

Si recarono l’indomani da un’altra famiglia, che li onorò, li ospitò alla propria tavola riservando loro, del misero pasto a disposzione, la parte migliore, e cedettero ai due angeli il loro letto per farli riposare più comodamente.

La mattina seguente la famigliola trovò la propria vacca, unica sua fonte di sostentamento, stramazzata al suolo, e se ne disperò.

L’angelo più giovane, sconcertato, chiese a quello anziano: “Ma come, alla famiglia egoista e arida che ci ha maltrattato tu hai fatto pure i lavori di manutenzione, e a questa che ci ha ospitato con tutti gli onori hai permesso che morisse la mucca?”.

Allora l’angelo più anziano rispose: “Le cose non sono sempre come sembrano, Quando dormivamo nella stalla, ho visto dal buco della parete un grande tesoro, e allora l’ho coperto affinché quella famiglia che non meritava nulla non lo rinvenisse.”

“Ma la mucca morta a questa famiglia? Guardali, sono disperati, come faranno?”.

“Stanotte è venuto l’Angelo della Morte, e voleva portare via la mamma, e io ho insistito perché la lasciasse vivere, e accettasse in cambio la mucca”.

Le cose spesso non sono come sembrano.

La formica produttiva Mercoledì, Ott 21 2009 

formica

Nel mio ufficio, a fronte di un sottodimensionamento di personale per cui non si riesce a far fronte a tutto il lavoro, anziché mandarci il personale richiesto a supporto hanno inviato un nuovo supervisore. Questo mi ha ricordato una storiella (tutto il mondo è paese) che sono andata a ricercare in rete e che vi propongo volentieri. DM.

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Tutti i giorni, molto presto, arrivava in ufficio la Formica produttiva e felice. Lì trascorreva i suoi giorni, lavorando e canticchiando una vecchia canzone d’amore.
Era produttiva e felice ma, ahimè, non era supervisionata.

Il Calabrone, gestore generale, considerò la cosa impossibile e creò il posto di supervisore, per il quale assunsero uno Scarafaggio con molta esperienza. La prima preoccupazione dello Scarafaggio fu standardizzare l’ora di entrata e di uscita e preparò anche dei bellissimi report. Ben presto fu necessaria una segretaria per aiutare a preparare i report, e quindi assunsero una Ragnetta, che organizzò gli archivi e si occupò del telefono.

Intanto la formica produttiva era felice e continuava a lavorare.

Il Calabrone, gestore generale, era incantato dai report dello scarafaggio supervisore, e così finì col chiedere anche quadri comparativi e grafici, indicatori di gestione ed analisi delle tendenze. Fu quindi necessario assumere una Mosca aiutante del supervisore e fu necessario un nuovo computer con stampante a colori.

Ben presto la Formica produttiva e felice smise di canticchiare le sue melodie e cominciò a lamentarsi di tutto il movimento di carte che c’era da fare.

Il Calabrone pertanto concluse che era giunto il momento di adottare delle nuove misure: crearono la posizione di gestore dell’area dove lavorava la Formica produttiva e felice. L’incarico fu dato ad una Cicala, che mise la moquette nel suo ufficio e fece comprare una poltrona speciale.
Il nuovo gestore di area chiaramente ebbe bisogno di un nuovo computer, e quando si ha più di un computer è necessaria una Intranet.
Il nuovo gestore ben presto ebbe bisogno di un assistente (Remora, già suo aiutante nell’impresa precedente), che l’aiutasse a preparare il piano strategico e il budget per l’area dove lavorava la Formica produttiva e felice.

La Formica non canticchiava più ed ogni giorno si faceva più irascibile.

“Prima o poi dovremmo commissionare uno studio sull’ambiente lavorativo” disse la Cicala.
Ma un giorno il gestore generale, mentre rivedeva il bilancio, si rese conto che l’unità nella quale lavorava la Formica produttiva e felice non rendeva piu tanto.
E cosi contattò il Gufo, prestigioso consulente, perchè facesse una diagnosi della situazione.
Il Gufo rimase tre mesi negli uffici ed emise un cervellotico report di vari volumi e di vari milioni di euro, che concludeva con la frase: “Troppa gente lavora in questo ufficio.”
Cosi il gestore generale seguì il consiglio del consulente e licenziò la Formica (ormai ben lungi dall’essere felice).

Morale: Non ti venga mai in mente di essere una Formica produttiva e felice: è preferibile essere inutile e incompetente, perchè è risaputo che gli incompetenti non hanno bisogno di supervisori. Se nonostante tutto sei produttivo, non mostrarti mai felice, perchè non te lo perdonerebbero: inventati ogni tanto qualche disgrazia, qualcosa che generi compassione. Se invece ti ostini ad essere una Formica produttiva e felice, mettiti in proprio: almeno non vivranno sulle tue spalle calabroni, scarafaggi, ragnetti, mosche, cicale, remore e gufi.

Maternità e paternità Lunedì, Ott 19 2009 

Peso maternitàRacconto tratto dal sito www.piccolestorie.it

Autore: Bruno Ferrero – Libro: Cerchi nell’Acqua
Casa Editrice: ElleDiCi

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Il debito

Un uomo molto ricco aveva tanti debitori.

Quando fu assai avanti negli anni, chiamò un giorno alcuni di quelli che gli dovevano più denaro e disse: “Se non mi potete restituire oggi quanto mi dovete e giurate solennemente di pagare i vostri debiti nella vostra vita futura, io brucerò le cambiali che mi avete firmato”.

Il primo debitore gli doveva una piccola somma. Giurò che nella vita futura avrebbe accettato di essere il cavallo del creditore e lo avrebbe portato in giro sulla groppa dovunque volesse andare.
Il vecchio accettò l’offerta e bruciò le carte con il suo debito.

Il secondo debitore doveva una somma più grossa e promise: “Io sono pronto a diventare nell’altra vita il tuo bue. Tirerò l’aratro per arare i campi e i tuoi carri di fieno e così pagherò il mio debito”.
Il vecchio accettò e bruciò le cambiali del secondo debitore.

Per ultimo toccò a un uomo che aveva un debito enorme:
“Per ripagare il mio debito – disse – nella vita futura sarò tuo padre”.
Il vecchio andò su tutte le furie, prese un bastone e stava per picchiare il debitore irriverente.
L’altro lo fermò e disse: “Lasciami spiegare prima di picchiarmi. Il mio debito è enorme, non posso certo ripagarlo diventando solo il tuo bue o il tuo cavallo. Sono pronto ad essere tuo padre. Così lavorerò giorno e notte per te, ti proteggerò quando sarai piccolo e veglierò su dite fino a quando sarai cresciuto. Affronterò qualsiasi sacrificio rischierò anche la vita perché a te non manchi nulla, e alla mia morte ti lascerò tutte le ricchezze che avrò accumulato. Non è molto di più che farti da bue e da cavallo? Non è una buona proposta per pagare il mio debito?”.

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Perché mi hai fatto nascere?

Una figlia si voltò con scatto viperino verso la madre ed esclamò: “Se ti do tanto fastidio perchè mi hai fatto nascere?”.
La madre ci rimase male, ma la figlia aveva ragione.
Decidere di avere un figlio è contrarre con quella persona il debito più grande che la mente umana possa immaginare.

C’è qualche cosa di più grande che dire a uno che non c’è: “D’ora in poi tu esisti perché io lo voglio”?

La vera bellezza Sabato, Ago 22 2009 

Foto da My sister's keeper

Immagine dal film My sister's keeper con Cameron Diaz

“Se non me lo lasci fare non potrò andare a scuola! Mi vergognerei troppo… È terribiÌmente importante, mamma!”. Elena scoppiò a piangere. Era la sua arma più efficace.
“Uffa, fa’ come vuoi…” brontolò la madre, sbattendo il cucchiaino nel lavello. “Sembrerai un mostro. Peggio per te”.

In altre 23 famiglie stava avvenendo una scenetta più o meno simile. Erano i ragazzi della Seconda B della Scuola Media “Carlo Alberto di Savoia”. Per quel giorno avevano preso una decisione importante. Ma gli allievi della Seconda B erano 25.

In effetti, solo nella venticinquesima famiglia, le cose stavano andando in un modo diverso, Elisabetta era un concentrato di apprensione, la mamma e il papà cercavano di incoraggiarla.

Era la quindicesima volta che la ragazzina correva a guardarsi allo specchio.
“Mi prenderanno in giro, lo so. Pensa a Marisa che non mi sopporta o a Paolo che mi chiama ‘canna da pesca’… Non aspetteranno altro”. Grossi lacrimoni salati ricominciarono a scorrere sulle guance della ragazzina. Cercò di sistemarsi il cappellino sportivo che le stava un po’ largo.

Il papà la guardò con la sua aria tranquilla: “Coraggio Elisabetta. Ti ricresceranno presto. Stai reagendo molto bene alla cura e fra qualche mese starai benissimo”.

“Sì, ma guarda!”. Elisabetta indicò con aria affranta la sua testa che si rifletteva nello specchio, lucida e rosea.
La cura contro la leucemia che l’aveva colpita due mesi prima le aveva fatto cadere tutti i capelli.

La mamma la abbracciò: “Forza Elisabetta. Si abitueranno presto, vedrai…”.

Elisabetta tirò su con il naso, si infilò il cappellino, prese lo zainetto e si avviò. Davanti alla porta della Seconda B, il cuore le martellava forte. Chiuse gli occhi ed entrò. Quando riaprì gli occhi per cercare il suo banco, vide qualcosa di strano. Tutti, ma proprio tutti, i suoi compagni avevano un cappellino in testa, si voltarono verso di lei e sorridendo si tolsero il cappello esclamando: “Bentornata Elisabetta!”.

Erano tutti rasati a zero, anche Marisa cosi fiera dei suoi riccioli, anche Paolo, anche Elena e Giangi e Francesca… tutti. Si alzarono e abbracciarono Elisabetta che non sapeva se piangere o ridere e mormorava soltanto: “Grazie…”.

Dalla cattedra, sorrideva anche il professor Donati, che non si era rasato i capelli, perché era pelato di suo e aveva la testa come una palla da biliardo.

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Storia trovata su www.piccolestorie.it, fonte indicata:
Autore: Bruno Ferrero – Libro: Ma Noi Abbiamo le Ali
Casa Editrice: ElleDiCi

Grazie, Barcelona! Lunedì, Giu 1 2009 

bimbo volaChampions

Messi, il gol del destino
la “Pulce” vola sopra tutti

Messi è stato il protagonista della finale di Champions: ha segnato il secondo gol, ha oscurato Cristiano Ronaldo e si candida a vincere il pallone d’oro
di ANDREA SORRENTINO

 
ROMA - La Pulce vola in sospensione, su su in alto, lei che è la più piccola in campo e invece adesso, in questo istante che dura un secolo e che la avvicina alla gloria, alla Champions e a tutti i possibili premi individuali del 2009, sembra tanto più grande degli altri.

Rimane in aria, la Pulce, quello che serve ad arrampicarsi sul pallone e oltre Rio Ferdinand, che stasera pare chiuso in un busto di marmo di Carrara. Il cross di Xavi è una piuma che sale leggera verso l’area e la Pulce, Leo Messi, sa che non fallirà.

Il colpo di testa non è nel suo repertorio e infatti arriva all’impatto un po’ storto, sghembo, colpisce quasi con l’orecchio sinistro, in definitiva di tempia, eppure la palla va dove deve andare, nell’angolo di là, oltre i 2 metri e le braccia da deltaplano di Van der Sar, oltre il Manchester United, oltre la paura.

Poi è rete, il 2-0 e la Champions League, cioè tutto, perché questo è un anno di grazia. Per Leo Messi e per il Barcellona, per Pep Guardiola e per tutta la “cantera”, il vivaio.

E’ triplete: Liga, Champions League e Coppa del Re. La squadra più forte che ci sia adesso ma anche, sospettano in Spagna, la migliore che sia mai esistita. Per Messi è la consacrazione definitiva: Pallone d’oro e Fifa World Player hanno già un vincitore, inutile aspettare l’inverno.

Cristiano Ronaldo ha acceso la partita con tre spaventose fiammate nei primi nove minuti, poi si è spento pian piano, mentre Leo ha iniziato timidino, ma alla fine si è preso tutto. E alla fine, prima della consegna della coppa, gli scappa pure qualche lacrima, abbracciato a Sylvinho.

Il gol di Messi è il suo trentottesimo, tanto per far capire che stagione è stata. Nove in Champions, e capocannoniere d’Europa senza discussioni. Ventitré in campionato, solo Eto’o ha fatto meglio di lui (29). E altri sei in Coppa del Re. La ciliegina è questo gol in finale, appena il secondo di testa su 38.

La finale del 2006 vinta a Parigi se l’era vista dalla tribuna, perché si era infortunato negli ottavi: “Non ho mai sentito mia quella vittoria, al punto che non partecipai neppure ai festeggiamenti, non mi si vede in nessuna foto”, ha confessato nei giorni scorsi con quella sua vocina fessa, da timido irrimediabile, che poi è la disperazione di chiunque lo intervisti.

Semplicemente, Leo Messi fuori dal campo non ha mai nulla da dire. Lui vive solo dentro la partita e dietro al pallone.

Se n’era accorta subito la nonna, quando il piccolo Leo (sarebbe rimasto sempre piccolo, in effetti) a quattro anni passava le giornate a Rosario, in Argentina, appiccicato al pallone, al punto che la signora lo portò a giocare in una squadra di pulcini, anche se l’età minima era di sei anni. Segnava sempre, in tutte le partite, raccontano anche cento gol a campionato, con quella sua velocità assurda.

Finché il Barcellona se ne accorse, e a tredici anni lo portò in Catalogna. Lo sottopose a cure ormonali contro il nanismo che lo affliggeva, credette in lui, fece arrivare i genitori dall’Argentina per stargli vicino e trovò un lavoro al papà.

La Pulce ieri sera ha ringraziato. A modo suo.

(28 maggio 2009)

Fonte: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/sport/calcio/champions_league/finale-a-roma/messi/messi.html

Lo stupro Sabato, Apr 25 2009 

Navigando su youtube di video in video, arrivo a questo che doveva essere “comico”, e vengo a conoscenza di una realtà sconvolgente.

 

I campi di stupro. Non stupri in guerra, terribili e sconvolgenti, ma comunque attribuibili alla bestialità del singolo, ma sistematica tecnica di guerra, uccidere l’anima, come nella migliore tradizione nazista.

Vado su Google e cerco “campi di stupro”. Arrivo al secondo articolo e cedo, non ce la faccio a leggere. Qualcuno ci dica come aiutare queste donne. Qualcuno ci aiuti ad aiutare l’umanità che subisce ogni forma di violenza.

Vi riporto uno degli articoli letti, [fonte: http://blog.parrocchiatrebaseleghe.org/index.php?p=76&more=1&c=1&tb=1&pb=1 ] dalla quele ometterò i dettagli, visto che la violenza è un cancro universale. Chi fosse interessato all’articolo completo, può leggerlo direttamente dalla fonte.

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Congo, la donna è un campo di battaglia. Lo stupro una strategia di guerra

Riporto questo articolo dal sito del Corriere. Ogni commento personale mi pare superfluo. «Devo proteggermi» sussurra l’uomo in camice bianco. «Ho imparato a essere insensibile per poter curare pazienti che perdono urina e materia fecale dopo che lo stupro di gruppo le ha lacerate. Donne torturate con bastoni, coltelli, baionette esplose dentro i loro corpi rimasti senza vagina, vescica, retto. Ragazze alle quali devo dire: mademoiselle, lei non ha più un apparato genitale, non diventerà mai una donna». Dieci anni fa, una giovane violentata a cento metri da qui si è trascinata da lui. Da allora, nel suo ospedale Panzi a Bukavu, il ginecologo Denis Mukwege ha operato 25 mila vittime di stupri efferati e ne ha medicato altrettante nei villaggi, condannato a leggere nei loro corpi gli scempi di questo cruciale lembo d’Africa, [...] sulle rive di un lago beffardamente incantevole a ridosso della frontiera con il Ruanda.

Cinque milioni di morti dal ’98 al 2002, nel conflitto più sanguinoso del globo dopo la seconda guerra mondiale. Poi i ribelli impazziti, i villaggi cancellati, la missione dell’Onu Monuc – la più imponente, con 17 mila caschi blu – capace solo di contare i morti dopo battaglie sbrigativamente attribuite a faide etniche e che invece mirano al controllo di immense e maledette ricchezze minerarie: oro, tantalio, diamanti.

Lo stupro, qui, è l’arma affilata di una guerra che da tempo ha perduto la linea del fronte. La strategia primordiale di tutte le sigle paramilitari [...]. Violenza sistematica, compiuta davanti a figli e mariti: annientare le donne è un metodo veloce e sicuro per riuscire a mutilare intere comunità, spaccandole in un’invincibile vergogna.

Corpi sfioriti come quello di Elise Mukumbila, maschera di rughe e livore: nelle credenze tribali, forzare un’anziana porta ricchezza, così i Mai Mai hanno abusato di Elise per mesi, nella foresta a nord di Goma, lasciandole l’Hiv. La incontro a Goma, nel piccolo centro di Univie Sida, associazione locale che convince le donne sieropositive del fatto che la vita può, deve continuare.

E corpi di bambine come Valentine, orfana dodicenne, perché violare una vergine rende immortali. Lei ha perso la parola dopo i ripetuti stupri di gruppo, ha la gonna fradicia di urina per una fistola mai curata: la sorella maggiore vuole nascondere la tragedia agli altri sfollati nel campo di Buhimba, poco lontano da Goma, dicendo a tutti che il sorriso vuoto della bimba non è che una pazzia senza nome.

A Bukavu Janette Mapengo, 31 anni, mi si avvicina zoppicando. Gli otto hutu che l’hanno violentata nella sua capanna costringevano il marito a guardare, per poi seccarlo con una pallottola in fronte ed esplodere su Janette altri tre colpi, appena lei ha osato urlare. Alza la gonna scolorita mostrando l’arto di plastica: all’ospedale Panzi le è stata amputata la gamba destra maciullata dagli spari.

Janette piange piano: «Sono inutile».

Françoise Mukeina ha 43 anni, undici figli, occhi color miele: «Cento hutu ci hanno prese in otto dal villaggio, a Shabunda, tenendoci schiave nella foresta per due anni, nutrite con gli avanzi, violentate a turno ogni giorno, marchiate col fuoco. Quando mi hanno mandato a fare legna sono fuggita. Ho dolori che non finiscono mai ma ringrazio Dio: io sono viva, le altre no». [...].

Ma per ora, qui, domina l’impunità: [...] «Sta per arrivare un inviato della Corte dell’Aja» rivela. «Dovrà capire se esistono prove sufficienti a denunciare per stupro i signori della guerra».

Delle 58 condanne eseguite a Bukavu nel 2008 (su 353 denunce), solo 9 riguardavano militari, ma rispondevano anche di altri delitti. «Se a soffrire fossero gli uomini e non le donne» dice sommesso il dottor Mukwege «la comunità internazionale avrebbe già trovato una soluzione».

L’ipocrisia che uccide Mercoledì, Apr 8 2009 

Macerie (fonte: Carmilla on line)
di Alessandra Daniele

In Abruzzo più di un centinaio di morti, e decine di migliaia di senzatetto.
In Parlamento il solito accordo bipartisan: ”questo non è il momento delle polemiche”.
Certo, sarebbe assurdo parlare di norme antisismiche dopo un sisma.
Parliamo di norme antiforfora.

Poi magari diamo fuoco anche alle baraccopoli degli abruzzesi sfollati come facciamo con quelle dei rom.
Questo non è il momento di parlare di speculazione edilizia, incuria, ecomafia, corruzione, per riflettere su quanto sia appropriata la definizione “condono tombale”.
È il momento di dare al governo la possibilità di sfruttare la tragedia come ennesimo spot “sociale” per le elezioni europee.
Qualcosa tipo la strappona sdraiata sulla monnezza che ringrazia il governo di avere “ripulito Napoli”, ma più in grande, e a reti semi-unificate.
I pezzi grossi da Vespa, il gran sacerdote del Cordoglio Controllato, l’imbalsamatore capo d’ogni tragedia da mummificare nella retorica istituzionale.
Gli sfigati al tavolo tondo da seduta spiritica di Lerner e Gruber, accanto all’inquietante materializzazione dell’ectoplasma di Zamberletti.
Questo non è il momento di dare la colpa ai colpevoli, di attribuire le responsabilità ai responsabili.
È il momento di intervistare gli esperti, e domandargli basiti e increduli come sia possibile aspettarsi un terremoto in un paese che da sempre trema come un parkinsoniano all’ultimo stadio.
Ci faranno una puntata di Voyager. Lo chiederanno a Titor, alla setta dei Cugini di Satana, al sagrestano di Rennes-le-Château: com’è possibile aspettarsi un sisma in zona sismica?..
Questo non è il momento di chiedere conto a chi costruisce palazzi con lo zucchero a velo al posto del cemento, sarebbe indelicato verso chi sotto le macerie di quei palazzi c’è morto.
Il loro ultimo desiderio è stato di certo un accordo bipartisan in Parlamento che evitasse le polemiche.
Questo è il momento di ravanare tra le macerie delle vite altrui, a caccia di reperti strappalacrime da esibire alle telecamere, e poi accusare di sciacallaggio chi quelle vite le avrebbe volute salvare.
Questo è il momento di pregustare il business per la ricostruzione, condito dalla deregulation del nuovo piano casa.
È il momento di preparare il prossimo condono tombale.

Pubblicato Aprile 7, 2009 04:19 AM |

La centesima scimmia Sabato, Apr 4 2009 

Quando Antonella ha letto il mio articolo “La multa” sul mio blog principale, si è complimentata per questa piccola goccia nel mare, sostenendo che azioni come questa possono avere il potere di smuovere la coscienza civile delle persone; a tale proposito,  mi ha fatto presente il fenomeno della centesima scimmia, di cui avevo sentito parlare ma che non avevo mai approfondito.

Vi riporto la descrizione che ne dà wikipedia: mi dispiace che si sia rivelata una fandonia (ma difficile che potesse non esserlo), comunque una “morale” secondo me c’è: quando un comportamento rappresenta non un’eccezione, ma coinvolge una “massa critica” della popolazione, si ha, nel bene o nel male, un cambiamento qualitativo della società.

Il fatto che l’esempio sia contagioso è una storia nota, ma è quella di cui tutti più si dimenticano. Nel caso citato nel mio post, in cui ho fatto venire a galla un malcostume che sembra diffuso tra alcuni postini di abbandonare le raccomandate anziché consegnarle nelle mani del legittimo destinatario, forse un cambio di rotta degli italiani porterebbe a un miglioramento della nostra quotidianità.

Oggi spesso in Italia scegliamo di subire perché, come giustamente ha osservato qualcuno, ti prendono per stanchezza e sfinimento, per cui tutt’al più mugugnamo e ci lamentiao in sedi inutili, ma una presa di posizione diffusa, una massa critica che pretenda giustizia e rispetto, porterebbe presumibilmente a uno snellimento della burocrazia e a una maggiore coscienza nello svolgimento del proprio lavoro, oggi spesso condotto con superficialità e  pressapochismo.

 

Fenomeno della centesima scimmia

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il Fenomeno della centesima scimmia è un supposto fenomeno paranormale in ambito sociale che lo scrittore inglese Lyall Watson dichiarò di avere osservato per la prima volta nel 1979 nell’isola giapponese di Koshima. In realtà, si tratta di un mito pseudoscientifico, come mostrato da successive analisi e rivelato dallo stesso Watson alcuni anni più tardi.

Esso riguardava il comportamento di un gruppo di macachi che avevano imparato spontaneamente a lavare le patate per eliminare la sabbia e altre incrostazioni prima di mangiarle. Le prime scimmie imparavano faticosamente la tecnica dai primi macachi che avevano cominciato a lavare le patate. Questo fenomeno è ben noto e studiato dai primatologi.

Tuttavia, Watson affermò che improvvisamente, dopo che novantanove macachi avevano dovuto apprendere la tecnica nel modo consueto, una centesima scimmia aveva anch’essa imparato a lavare le patate: l’esistenza di questa “massa critica” di scimmie allenate aveva aperto una non meglio precisata porta di natura paranormale, e da quel momento un gran numero di scimmie, non solo nella stessa isola ma persino in altre isole molto lontane, avevano cominciato a lavare le patate prima di mangiarle, senza aver avuto contatti diretti con il gruppo originario.

La lezione della centesima scimmia sarebbe stata chiara: se un numero sufficiente di persone, ovvero una “massa critica”, sperimenta una stessa esperienza, ad un certo punto si produrrà lo stesso fenomeno transpersonale che si è verificato fra le scimmie giapponesi, e tutta l’umanità sperimenterà una trasformazione istantanea.

Ogni indagine successiva della vicenda della centesima scimmia ha mostrato rapidamente che si trattava di una leggenda. In realtà le scimmie avevano effettivamente imparato a lavare le patate, ma tutte nei modi ben noti dell’apprendimento per prove ed errori e dell’imitazione.

Infine, lo stesso Lyall Watson ha ammesso nel 1985 di avere largamente inventato la storia della centesima scimmia.

Nessuno è figlio di un dio minore Venerdì, Mar 6 2009 

davide-golia

Fonte dell’articolo che segue: http://www.robertosaviano.it/documenti/9962

L’autore di Gomorra ha incontrato in Spagna il calciatore fuoriclasse del Barcellona
Un reportage-racconto che ripercorre la storia di un grande successo nato dal dolore


15 febbraio 2009

BARCELLONA – Lo incontro negli spogliatoi del Camp Nou di Barcellona, uno stadio enorme, il terzo più grande del mondo. Dagli spalti invece Messi è una macchiolina, incontrollabile e velocissima. Da vicino è un ragazzo mingherlino ma sodo, timidissimo, parla quasi sussurrando una cantilena argentina, il viso dolce e pulito senza un filo di barba. Lionel Messi è il più piccolo campione di calcio vivente. La Pulga, la pulce, è il suo soprannome. Ha la statura e il corpo di un bambino. Fu infatti da bambino, intorno ai dieci anni, che Lionel Messi smise di crescere. Le gambe degli altri si allungavano, le mani pure, la voce cambiava. E Leo restava piccolo. Qualcosa non andava e le analisi lo confermarono: l’ormone della crescita era inibito. Messi era affetto da una rara forma di nanismo.

Con l’ormone della crescita, si bloccò tutto. E nascondere il problema era impossibile. Tra gli amici, nel campetto di calcio, tutti si accorgono che Lionel si è fermato: “Ero sempre il più piccolo di tutti, qualunque cosa facessi, ovunque andassi”. Dicono proprio così: “Lionel si è fermato”. Come se fosse rimasto indietro, da qualche parte. A undici anni, un metro e quaranta scarsi, gli va larga la maglietta del Newell’s Old Boys, la sua squadra a Rosario, in Argentina. Balla nei pantaloncini enormi, nelle scarpe, per quanto stretti i lacci, un po’ ciabatta. È un giocatore fenomenale: però nel corpo di un bimbetto di otto anni, non di un adolescente. Proprio nell’età in cui, intravedendo un futuro, ci sarebbe da far crescere un talento, la crescita primaria, quella di braccia, busto e gambe, si arresta.

“Mingherlino ma sodo, timidissimo, parla quasi sussurrando una cantilena argentina
Ha statura e corpo di un bambino. Fu infatti intorno ai dieci anni che smise di crescere”

Per Messi è la fine della speranza che nutre in se stesso dal suo primissimo debutto su un campo da calcio, a cinque anni. Sente che con la crescita è finita anche ogni possibilità di diventare ciò che sogna. I medici però si accorgono che il suo deficit può essere transitorio, se contrastato in tempo. L’unico modo per cercare di intervenire è una terapia a base dell’ormone “gh”: anni e anni di continuo bombardamento che gli permettano di recuperare i centimetri necessari per fronteggiare i colossi del calcio moderno.

si tratta di una cura molto costosa che la famiglia non può permettersi: siringhe da cinquecento euro l’una, da fare tutti i giorni. Giocare a pallone per poter crescere, crescere per poter giocare: questa diviene d’ora in avanti l’unica strada. Lionel, un modo di guarire che non riguardi la passione della sua vita, il calcio, non riesce nemmeno a immaginarlo.

Ma quelle dannate cure potrà permettersele solo se un club di un certo livello lo prende sotto le sue ali e gliele paga. E l’Argentina sta sprofondando nella devastante crisi economica, da cui fuggono prima gli investimenti, poi pure le persone, i cui risparmi si volatilizzano col crollo dei titoli di stato. Nipoti e pronipoti di immigrati cresciuti nel benessere cercano la salvezza emigrando nei paesi di origine dei loro avi. In quella situazione, nessuna società argentina, pur intuendo il talento del piccolo Messi, se la sente di accollarsi i costi di una simile scommessa.

Anche se dovesse crescere qualche centimetro in più – questo è il ragionamento – nel calcio moderno ormai senza un fisico possente non si è più nulla. La pulce resterà schiacciata da una difesa massiccia, la pulce non potrà segnare gol di testa, la pulce non reggerà agli sforzi anaerobici richiesti ai centravanti di oggi. Ma Lionel Messi continua a giocare lo stesso nella sua squadra. Sa di doverlo fare come se avesse dieci piedi, correre più veloce di un puledro, essere imbattibile palla a terra, se vuole sperare di diventare un calciatore vero, un professionista.

Durante una partita, lo intravede un osservatore. Nella vita dei calciatori gli osservatori sono tutto. Ogni partita che guardano, ogni punizione che considerano eseguita in modo perfetto, ogni ragazzino che decidono di seguire, ogni padre con cui vanno a parlare, significa tracciare un destino. Disegnarlo nelle linee generali, aprirgli una porta: ma nel caso di Messi, ciò che gli viene offerto, rappresenta molto di più. Non gli viene data solo l’opportunità di diventare un calciatore, ma la possibilità di guarire, di avere davanti una vita normale. Prima di vederlo, gli osservatori che sentono parlare di lui sono comunque molto scettici. “Se è troppo piccolo, non ha speranza, anche se è forte”, pensano. E invece: “Ci vollero cinque minuti per capire che era un predestinato. In un attimo fu evidente quanto quel ragazzo fosse speciale”. Questo lo afferma Carles Rexach, direttore sportivo del Barcellona, dopo aver visto Leo in campo. È così evidente che Messi ha nei piedi un talento unico, qualcosa che va oltre il calcio stesso: a guardarlo giocare è come se si sentisse una musica, come se in un mosaico scollato ogni tassello tornasse apposto.

Rexach vuole fermarlo subito: “Chiunque fosse passato di lì, l’avrebbe comprato a peso d’oro”. E così fanno un primo contratto su un fazzoletto di carta, un tovagliolo da bar aperto. Firmano lui e il padre della pulce. Quel fazzoletto è ciò che cambierà la vita a Lionel. Il Barcellona ci crede in quell’eterno bimbo. Decide di investire nella cura del maledetto ormone che si è inceppato. Ma per curarsi, Lionel deve trasferirsi in Spagna con tutta la famiglia, che insieme a lui lascia Rosario senza documenti, senza lavoro, fidandosi di un contratto stilato su un tovagliolo, sperando che dentro a quel corpo infantile possa esserci davvero il futuro di tutti. Dal 2000, per tre anni, la società garantisce a Messi l’assistenza medica necessaria. Crede che un ragazzino disposto a giocare a calcio per salvarsi da una vita d’inferno abbia dentro il carburante raro che ti fa arrivare ovunque.

Le cure però spezzano in due. Hai sempre nausea, vomiti anche l’anima. I peli in faccia che non ti crescono. Poi i muscoli te li senti scoppiare dentro, le ossa crepare. Tutto ti si allunga, si dilata in pochi mesi, un tempo che avrebbe dovuto invece essere di anni. “Non potevo permettermi di sentire dolore”, dice Messi, “non potevo permettermi di mostrarlo davanti al mio nuovo club. Perché a loro dovevo tutto”. La differenza tra chi il proprio talento lo spende per realizzarsi e chi su di esso si gioca tutto è abissale. L’arte diventa la tua vita non nel senso che totalizza ogni cosa, ma che solo la tua arte può continuare a farti campare, a garantirti il futuro. Non esiste un piano b, qualsiasi alternativa su cui poter ripiegare.

Dopo tre anni finalmente il Barcellona convoca Lionel Messi e la famiglia sa che se non sarà in grado di giocare come ci si aspetta, le difficoltà a tirare avanti saranno insormontabili. In Argentina hanno perso tutto e in Spagna non hanno ancora niente. E Leo, a quel punto, ricadrebbe sulle loro spalle. Ma quando La Pulce gioca, sfuma ogni ansia. Allenandosi duramente con il sostegno della squadra, Messi riesce a crescere non solo in bravura, ma anche in altezza, anno dopo anno, centimetro dopo centimetro spremuto dai muscoli, levigato nelle ossa. Ogni centimetro acquisito una sofferenza. Nessuno sa davvero quanto misuri adesso. Qualcuno lo dà appena sopra il metro e cinquanta, qualcuno al di sotto, qualche sito parla di un Messi che continuando a crescere è arrivato al metro e sessanta. Le stime ufficiali mutano, concedendogli via via qualche centimetro in più, come se fosse un merito, un premio conquistato in campo.

Fatto è che quando le due squadre sono in riga prima del fischio iniziale, l’occhio inquadra tutte le teste dei giocatori più o meno alla stessa altezza, mentre per trovare quella di Messi deve scendere almeno al livello delle spalle dei compagni. Per uno sport dove conta sempre più la potenza e, per un attaccante, i quasi due metri di Ibrahimovic e il metro e ottantacinque di Beckham sono diventati la norma, Lionel continua a somigliare pericolosamente a una pulce. Come dice Manuel Estiarte, il più forte pallanuotista di tutti i tempi: “È vero, bisogna calcolare che le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate, come elevato è il rischio che venga totalmente travolto dai difensori. Ma solo a una condizione… prima devono riuscire a raggiungerlo”.

E infatti nessuno riesce a stargli dietro. Il baricentro è basso, i difensori lo contrastano, ma lui non cade, né si sposta. Continua a tenere la corsa, rimbalza palla al piede, non si ferma, dribbla, scavalca, sguscia, fugge, finta. È imprendibile. A Barcellona malignano che le star della difesa del Real Madrid, Roberto Carlos e Fabio Cannavaro, non sono mai riusciti a vedere in faccia Lionel Messi perché non riescono a rincorrerlo. Leo è velocissimo, sfreccia via con i suoi piedi piccoli che sembrano mani per come riesce a tener palla, a controllarne ogni movimento. Per le sue finte, gli avversari inciampano nell’ingombro inutile dei loro piedi numero quarantacinque.

In una pubblicità dove era stato invitato a disegnare con un pennarello la sua storia, è divertente e malinconico vedere Messi ritrarre se stesso come un bimbetto minuscolo tra lunghissime foreste di gambe, perso lì tra palloni troppo grandi che volano lontano. Ma quando toccano terra, lui veloce li aggancia e piccolo com’è riesce a passare tra le gambe di tutti e andare in porta. Quando ci sono le rimesse laterali e gli avversari riprendono fiato, è proprio in quel momento che lui schizza e li sorpassa, così quando si immaginavano, i marcatori, di averlo dietro la schiena, se lo ritrovano invece già cinque metri avanti. Il grande giocatore non è quello che si fa fare fallo, ma quello cui non arrivi a tendere nessuno sgambetto.

Vedere Messi significa osservare qualcosa che va oltre il calcio e coincide con la bellezza stessa. Qualcosa di simile a uno slancio, quasi un brivido di consapevolezza, un’epifania che permette a chi è lì, a vederlo sgambettare e giocare con la palla, di non riuscire più a percepire alcuna separazione tra sé e lo spettacolo cui sta assistendo, di confondersi pienamente con ciò che vede, tanto da sentirsi tutt’uno con quel movimento diseguale ma armonico. In questo le giocate di Messi sono paragonabili alle suonate di Arturo Benedetti Michelangeli, ai visi di Raffaello, alla tromba di Chet Baker, alle formule matematiche della teoria dei giochi di John Nash, a tutto ciò che smette di essere suono, materia, colore, e diventa qualcosa che appartiene a ogni elemento, e alla vita stessa. Senza più separazione, distanza. È lì, e non si può vivere senza. E non si è mai vissuti senza, solo che quando si scoprono per la prima volta, quando per la prima volta le si osserva tanto da restarne ipnotizzati, la commozione è inevitabile e non si arriva ad altro che a intuire se stessi. A guardarsi nel proprio fondo.

Ascoltare i cronisti sportivi che commentano le sue cavalcate basterebbe per definire la sua epica di giocoliere. Durante un incontro Barcellona-Real Madrid, il cronista vedendolo assediato da tentativi di fallo smette di descrivere la scena e inizia solo un soddisfatto: “Non va giù, non va giù, non va giuuuuuù”. Durante un’altra sfida fra le storiche arcirivali, l’ola estatica “Messi, Messi, Messi, Messi” riceve una “a” supplementare che gli rimarrà addosso: Messia. È questo l’altro soprannome che La Pulce si è guadagnata con la grazia beffarda delle sue avanzate, con lo stupore quasi mistico che suscita il suo gioco. “L’uomo si fece Dio e inviò il suo profeta”, così dicono le scritte di un servizio televisivo dedicato a El Mesias, e a colui che come incarnazione divina del calcio lo precedette: Diego Armando Maradona.

Sembra impossibile ma Messi quando gioca ha in testa le giocate di Maradona, così come uno scacchista in un determinato momento della partita, spesso si ispira alla strategia di un maestro che si è trovato in una situazione analoga. Il capolavoro che Diego Armando aveva realizzato il 22 giugno 1986 in Messico, il gol votato il migliore del secolo, Lionel riesce a ripeterlo pressoché identico e quasi esattamente vent’anni dopo, il 18 aprile 2007, a Barcellona. Pure Leo parte da una sessantina di metri dalla porta, anche lui scarta in un’unica corsa due centrocampisti, poi accelera verso l’aria di rigore, dove uno degli avversari che aveva superato cerca di buttarlo giù, ma non ci riesce. Si accalcano intorno a Messi tre difensori, e invece di mirare alla porta, lui sguscia via sulla destra, scarta il portiere e un altro giocatore… E va in gol. Dopo aver segnato, c’è una scena incredibile coi giocatori del Barcellona pietrificati, con le mani sulla testa, si guardano intorno come a non credere che fosse possibile ancora assistere a un gol del genere. Tutti pensavano che un uomo solo fosse capace di tanto. Ma non è stato così.

La stampa si inventa subito il nomignolo “Messidona”, ma c’è qualcosa nella somiglianza dei due campioni argentini che oltrepassa simili trovate e mette i brividi. In uno sport che la fase epica sembra essersela lasciata alle spalle, le prodezze di Messi somigliano al reiterarsi di un mito, e non di un mito qualsiasi, ma di quello che più fortemente è in contrasto con il nostro tempo: Davide contro Golia. Fisici minuscoli, quartieri poveri, incapacità nel vedersi diversi da come quando giocavano nei campetti, faccia sempre uguale, rabbia sempre uguale, come un’accidia che ti porti dentro. Teoricamente avevano tutto quanto bastava per sbagliare, tutto quanto bastava per perdere, tutto quanto bastava per non piacere a nessuno e per non giocare. Ma le cose sono andate diversamente.

Messi, quando Maradona segnava quel gol in Messico, non era neanche nato. Nascerà nel 1987. E la ragione per cui io l’ho seguito a Barcellona, al punto di volerlo incontrare, ha la sua origine proprio in questo: l’essere cresciuto a Napoli nel mito di Diego Armando Maradona. Non dimenticherò mai la partita dei mondiali del 1990, un destino terribile portò l’Italia di Azeglio Vicini e Totò Schillaci a giocare la semifinale contro l’Argentina di Maradona proprio al San Paolo. Quando Schillaci segna il primo gol, lo stadio gioisce. Ma si sente che nelle curve qualcosa non va. Dopo il gol di Caniggia il tifo non napoletano – non autoctono – inizia a prendersela con Maradona, e lì accade qualcosa che non succederà mai più nella storia del calcio e mai era successo sino ad allora: la tifoseria si schiera contro la propria nazionale di calcio. I tifosi della curva napoletana iniziano a urlare: “Diego! Diego!”. D’altronde erano abituati a farlo, come biasimarli e come identificarsi in altri? Anche se dovrebbe essere cara la propria squadra nazionale, in quel momento è Maradona che rappresenta la tifoseria del San Paolo più di una nazionale di giocatori provenienti da altre città d’Italia, da Roma, Milano, Torino.

Maradona era riuscito a sovvertire la grammatica delle tifoserie. E a Roma gliela fecero pagare durante la finale Argentina-Germania, dove il pubblico per vendicarsi dell’eliminazione dell’Italia in semifinale e delle defezioni create all’interno della tifoseria, inizia a fischiare l’inno nazionale. Maradona aspetta che la telecamera, nella carrellata sui giocatori, arrivi sulle sue labbra, per lanciare un “hijos de puta” ai tifosi che non rispettano neanche il momento dell’inno. Una finale terribile, dove a Napoli si tifava tutti, ovviamente, per l’Argentina. Ma poi il momento del rigore assolutamente dubbio distrugge ogni speranza. La Germania chiaramente in difficoltà deve però vincere e vendicare l’Italia battuta. Un rigore dubbio per un fallo su Rudi Voeller, lo realizza Andreas Brehme. E il commento del cronista argentino fu: “Solo così fratello… solo così potevate vincere contro Diego”.

Ricordo benissimo quei giorni. Avevo undici anni, e difficilmente tornerò mai a vedere quel tipo di calcio. Ma qualcosa sembra tornare, di quel tempo. Il gol del Messico contro l’Inghilterra, il gol rifatto dalla Pulce vent’anni dopo, segna uno dei momenti indimenticabili della mia infanzia. Mi chiedo che meraviglia e che vertigine sarebbe veder giocare Messi al San Paolo, lui, di cui lo stesso Maradona disse: “Vedere giocare Messi è meglio che fare sesso”. E Diego, di entrambe le cose, se ne intende. “Mi piace Napoli, voglio andarci presto”, dice Lionel, “Starci un po’ dev’essere bellissimo. Per un argentino è come essere a casa”.

Il momento più incredibile del mio incontro con Messi è quando gli dico che quando gioca somiglia a Maradona – “somiglia”: perché non so come esprimere una cosa ripetuta mille volte, anche se devo dirgliela lo stesso – e lui mi risponde: “Verdad?”, “Davvero?”, con un sorriso ancor più timido e contento. Del resto, Lionel Messi ha accettato di incontrarmi non perché sia uno scrittore o per chissà cos’altro, ma perché gli hanno detto che vengo da Napoli. Per lui è come per un musulmano nascere alla Mecca. Napoli per Messi, e per molti tifosi del Barcellona, è un luogo sacro del calcio. È il luogo della consacrazione del talento, la città dove il dio del pallone ha giocato gli anni più belli, dove dal nulla è partito verso la sconfitta delle grandi squadre, verso la conquista del mondo.

Lionel appare il contrario di come ti aspetti un giocatore: non è sicuro di sé, non usa le solite frasi che gli consigliano di dire, si fa rosso e fissa i piedi, o si mette a rosicchiare le unghie dell’indice e del pollice avvicinandole alle labbra quando non sa che dire e sta pensando. Ma la storia della Pulce è ancora più straordinaria. La storia di Lionel Messi è come la leggenda del calabrone. Si dice che il calabrone non potrebbe volare perché il peso del suo corpo è sproporzionato alla portanza delle sue ali. Ma il calabrone non lo sa e vola. Messi con quel suo corpicino, con quei suoi piedi piccoli, quelle gambette, il piccolo busto, tutti i suoi problemi di crescita, non potrebbe giocare nel calcio moderno tutto muscoli, massa e potenza. Solo che Messi non lo sa. Ed è per questo che è il più grande di tutti.

© Roberto Saviano 2009. Published by Arrangement with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria

Come assecondare la natura Lunedì, Mar 2 2009 

 

Un mio amico mi ha inviato questo racconto, che a sua volta ha ricevuto, precisando che non è sicuro trattarsi di storia vera ma, poiché è molto bella, vale la pena di leggerla e magari… fare in modo che diventi realtà.

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Ad una cena di beneficenza per una scuola che cura bambini con problemi di apprendimento, il padre di uno dei bambini fece un discorso che non sarebbe più stato dimenticato da nessuno dei presenti.

Dopo aver lodato la scuola ed il suo eccellente staff, egli pose una domanda: ”Quando non ci sono interferenze esterne, la natura fa il suo lavoro alla perfezione e le scelte della natura sono sempre nella direzione giusta. Purtroppo però mio figlio Shay non può imparare le cose nello stesso modo in cui lo fanno gli altri bambini.
Lui è nato con una grave malattia e non può comprendere le cose come gli altri. Allora dov’è il naturale ordine delle cose quando si tratta di casi come mio figlio?”

Il pubblico alla domanda si fece silenzioso.

Il padre continuò: “Penso che quando viene al mondo un bambino come Shay, handicappato fisicamente e mentalmente, si presenta sulla Terra la grande opportunità di realizzare la natura umana e questo avviene a seconda del modo in cui le altre persone trattano quel bambino.”

A quel punto il padre cominciò a narrare una storia: Shay e io passeggiavano nei pressi di un parco dove Shay vide che c’erano bambini che giocavano a baseball. Shay chiese: “Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?” Il padre di Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe mai voluto in squadra un giocatore come Shay, ma sapeva anche che se gli fosse stato permesso di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la speranza di poter essere accettato dagli altri a discapito del suo handicap, cosa di cui Shay aveva immensamente bisogno.

Il padre si avvicinò ad uno dei ragazzi sul campo e gli chiese (non aspettandosi molto) se suo figlio potesse giocare. Il ragazzo si guardò intorno in cerca del consenso degli altri della squadra e alla fine disse: ”Stiamo perdendo di sei punti e il gioco è all’ottavo inning. Penso che possa entrare nella squadra e lo faremo entrare nel nono”.

Shay entrò nella panchina della squadra e con un sorriso enorme, si mise su la maglia del team. Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi e con un senso di calore nel petto. I ragazzi videro la gioia del padre all’idea che il figlio fosse accettato dagli altri. Alla fine dell’ottavo inning, la squadra di Shay guadagnò alcuni punti ma era sempre indietro di tre punti.

All’inizio del nono inning Shay indossò il guanto ed entrò in campo. Anche se nessun tiro arrivò nella sua direzione, lui era in estasi solo all’idea di giocare in un campo da baseball e, con un enorme sorriso che andava da orecchio ad orecchio, salutava suo padre sugli spalti. Alla fine del nono inning la squadra di Shay segnò un nuovo punto: ora, con due out si poteva anche pensare di vincere e Shay era incaricato di essere il prossimo alla battuta. A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay anche se significava perdere la partita? Incredibilmente lo lasciarono battere. Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non sapeva nemmeno tenere in mano la mazza e tanto meno colpire una palla.

In ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo che la squadra avversaria stava rinunciando alla vittoria in cambio di quel magico momento per Shay, si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così piano e mirando bene perché Shay potesse prenderla con la mazza. Il primo tirò arrivò a destinazione e Shay dondolando goffamente mancò la palla. Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente la palla a Shay. Come il tiro lo raggiunse Shay dondolò, ma questa volta colpì la palla che ritornò lentamente verso il tiratore. Ma il gioco non era ancora finito. A quel punto il battitore andò a raccogliere la palla: avrebbe potuto darla all’uomo in prima base e Shay sarebbe stato eliminato e la partita sarebbe finita, invece… Il tiratore lanciò la palla molto oltre l’uomo in prima base e in modo che nessun altro potesse raccoglierla. Tutti dagli spalti e tutti i componenti delle due squadre incominciarono a gridare: “Shay corri in prima base! … Corri in prima base!” Shay in tutta la sua vita mai aveva corso così lontano, ma questa volta lo fece e così raggiunse la prima base. Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall’emozione. A quel punto tutti urlarono:” Corri fino alla seconda base! … Corri fino alla seconda base!”.

 Prendendo fiato Shay corse fino alla seconda trafelato. Nel momento in cui Shay arrivò alla seconda base la squadra avversaria aveva ormai recuperato la palla e il ragazzo che l’aveva ripresa sapeva di poter vincere e diventare l’eroe della partita. Avrebbe potuto tirare la palla all’uomo in seconda base, invece fece come il tiratore prima di lui: la lanciò intenzionalmente molto oltre la terza base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla.

Tutti urlavano: “Bravo Shay, vai così! Ora corri!” Shay, raggiunse la terza base, aiutato da un ragazzo del team avversario che lo raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta. A quel punto tutti gridarono: “Corri in prima, torna in base!!!!” Così fece e da solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono in aria e ne fecero l’eroe della partita. “Quel giorno – disse il padre piangendo – i ragazzi di entrambe le squadre hanno aiutato a portare in questo mondo un grande dono di vero amore ed umanità”.

Shay è morto l’inverno dopo ma fino a quel momento non si era mai più dimenticato di essere stato l’eroe della partita e di aver reso orgoglioso e felice suo padre, e nemmeno dimenticò l’abbraccio di sua madre quando, tornato a casa, le raccontò di aver giocato e vinto.