Una grande lezione di vita ðŸ˜Š

Schiava di MasterSem

​Questa storia, è una grande lezione di vita. Questa è la storia di una giovane donna che confida a sua nonna le sue preoccupazioni, perchè il marito l’ha tradita.

Dopo il tradimento del marito, era devastata ed era tentata di lasciarlo, ma lo amava ancora.

La nonna ascoltò tutto quello che le disse la nipote, dopo si diresse in silenzio in cucina.
Riempì tre pentole con dell’acqua e le misesul fuoco. Una volta che l’acqua iniziòa bollire, in una mise delle carote, nella seconda delle uova e nella terza dei chicchi di caffè . Lasciò bollire, senza dire una parola.

Pochi minuti dopo spense il fuoco. Poi mise lecarote e le uova inun piatto.

Infine versò il caffè in una tazza.

Poi ruppe il silenzio e chiede alla nipote: «Che cosa vedi?!?”

La ragazza rispose: “Carote, uova e caffè”.

La vecchia si avvicinòallanipote e le chiese di toccare il…

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La macchia nera

Macchia nera

Dal web:

Una volta, un maestro fece una macchiolina nera nel centro di un bel foglio di carta bianco e poi lo mostrò agli allievi.
“Che cosa vedete?“, chiese.
“Una macchia nera!“, risposero in coro.

“Avete visto tutti la macchia nera che è piccola piccola”, ribatté il maestro, “e nessuno ha visto il grande foglio bianco”.

La vita è una serie di momenti: il vero successo sta nel viverli tutti. Non rischiare di perdere il grande foglio bianco per inseguire una macchiolina nera.

La fragola

fragola cuore

Un giorno un uomo inseguito da una tigre cadde in un dirupo. Si salvò aggrappandosi ad un ramo ma, guardando in basso per trovare una via di fuga, si accorse che un’altra tigre lo attendeva in fondo al baratro con la bocca spalancata. Strinse ancora di più il rametto cercando di resistere, ma ben presto lo sentì scricchiolare e si accorse che due topi lo stavano rosicchiando.

Tutt’a un tratto vide che da un ramo accanto a sé sporgeva una bellissima fragola matura. Allungò il braccio, la colse e la mangiò, e si accorse che era infinitamente buona.

I due lupi

due lupi

Un vecchio indiano raccontò a suo nipote una storia: «Figlio mio, la battaglia nel nostro cuore è come combattuta da due lupi. Un lupo è collera, gelosia, tristezza, rammarico, avidità, arroganza, autocommiserazione, colpa, risentimento, inferiorità, falso orgoglio, superiorità, mentre l’altro  è gioia, pace, amore, speranza, serenità, umiltà, gentilezza, benevolenza, immedesimazione, generosità, verità, compassione e fede».

Il nipote, dopo averci pensato per qualche minuto, chiese al nonno: «Quale dei due lupi vince?».

Il vecchio rispose semplicemente: «Quello che tu nutri».

(Racconto indiano)

Qui ne trovate un’altra versione, meno nota, ma decisamente più interessante e realistica: https://www.facebook.com/notes/wolves-animals/la-leggenda-cherokee-dei-due-lupi/430636953655798

Dio esiste?

Durante una lezione, un professore lanciò una sfida ai suoi alunni con la seguente domanda:

“Dio creò tutto quello che esiste? “ ”Un alunno rispose con coraggio:” Sì, Lui creò tutto… “
“Realmente Dio creò tutto quello che esiste?” domandò di nuovo il maestro.
Sì signore, rispose il giovane.
Il professore rispose: “Se Dio ha creato tutto quello che esiste, Dio ha fatto anche il male, visto che esiste il male! E se stabiliamo che le nostre azioni sono un riflesso di noi stessi, Dio è cattivo!”.

Il giovane ammutolì di fronte alla risposta del maestro, inorgoglito per aver dimostrato, ancora un volta, che la fede era un mito.

Un altro studente alzò la mano e disse: “Posso farle una domanda, professore?”
“Logico, fu la risposta del professore.
Il giovane si alzò e chiese:” Professore, il freddo esiste?”

“Però che domanda è questa?… Logico che esiste, o per caso non hai mai sentito freddo?”
Il ragazzo rispose: “ In realtà, signore, il freddo non esiste. Secondo le leggi della Fisica, quello che consideriamo freddo, in realtà è l’assenza di calore. Ogni corpo o oggetto lo si può studiare quando possiede o trasmette energia; il calore è quello che permette al corpo di trattenere o trasmettere energia. Lo zero assoluto è l’assenza totale di calore; tutti i corpi rimangono inerti, incapaci di reagire, però il freddo non esiste. Abbiamo creato questa definizione per descrivere come ci sentiamo quando non abbiamo calore”.

“E… esiste l’oscurità?”, continuò lo studente. Il professore rispose: “Esiste”.
Il ragazzo rispose: “Neppure l’oscurità esiste. L’oscurità, in realtà, è l’assenza di luce. La luce la possiamo studiare, l’oscurità, no! Attraverso il prisma di Nichols, si può scomporre la luce bianca nei suoi vari colori, con le sue differenti lunghezze d’onda. L’oscurità, no!
Come si può conoscere il grado di oscurità in un determinato spazio? In base alla quantità di luce presente in quello spazio. L’oscurità è una definizione usata dall’uomo per descrivere il grado di buio quando non c’è luce”. Per concludere, il giovane chiese al professore: “Signore, il male esiste?”.

E il professore rispose: “Come ho affermato all’inizio, vediamo stupri, crimini, violenza in tutto il mondo. Quelle cose sono del male”
Lo studente rispose: “Il male non esiste, Professore, o per lo meno non esiste da se stesso. Il male è semplicemente l’assenza di bene… Conformemente ai casi anteriori, il male è una definizione che l’uomo ha inventato per descrivere l’assenza di Dio. Dio non creò il male…
Il male è il risultato dell’assenza di Dio nel cuore degli esseri umani. Lo stesso succede con il freddo, quando non c’è calore, o con l’oscurità, quando non c’è luce“.

Il giovane fu applaudito da tutti in piedi, e il maestro, scuotendo la testa, rimase in silenzio.

Il rettore dell’Università, che era presente, si diresse verso il giovane studente e gli domandò: “Qual è il tuo nome?”.

La risposta fu: “Mi chiamo Albert Einstein”.

Dio è una realtà “non tangibile” ma abita nel nostro cuore impariamo ad ascoltarlo…

Tre raccolte

TRE RACCOLTE

L’uomo decise di far pubblicare gli scritti che a quel tempo non erano disponibili nella sua lingua. Dovevano essere stampati con blocchi di legno, settemila copie, un’impresa enorme.

Si mise in viaggio per raccogliere fondi. Alcuni gli diedero un centinaio di monete d’oro, per il resto solo piccole somme. Ringraziò tutti con uguale gratitudine. Dieci anni dopo aveva abbastanza denaro per iniziare l’impresa.

Ma il fiume straripò, l’alluvione portò carestia, l’uomo spese i fondi raccolti per salvare la gente dalla fame. 

Ricominciò la colletta e dopo anni rimise insieme i fondi necessari.

Ma il paese venne colpito da un’epidemia, l’uomo diede via di nuovo quello che aveva raccolto per aiutare la sua gente.

Ricominciò la colletta e dopo altri vent’anni realizzò il suo desiderio. I blocchi di legno per la stampa, serviti per la prima edizione, sono oggi esposti nel monastero Obaku di Kyoto.

I giapponesi raccontano ai loro figli che Tetsugen ha fatto tre raccolte di sutra, le prime due, invisibili, sono superiori all’ultima.

 

Fonte: la versione qui riportata è stata presa da http://exodusclic.blogspot.it/2012/06/tre-raccolte.html

 

Sii tu il cambiamento che vuoi

Riprendo questi due post scritti il primo da Giraffa, il secondo da Marta, per ribadire un concetto sul quale batto sempre: il cambiamento dipende anche da noi, parte da noi: noi, volendo, possiamo.

Sii tu il cambiamento che vuoi, cominciamo a cambiare le cose, poi altre persone si aggiungeranno, altri mezzi si troveranno.

Il post di Giraffa:

Forse la favola che lei stessa racconta nel video, fa capire chi era Wangari Maathai, un piccolo, grande colibrì:

È la storia di un colibrì e di un’immensa foresta divorata dal fuoco. Tutti gli animali escono dalla foresta e rimangono  paralizzati, mentre guardano la foresta bruciare e sentono di essere impacciati, impotenti, tranne un piccolo colibrì. Lui dice “devo fare qualcosa per questo fuoco” e così vola fino al torrente più vicino prende un po’ d’acqua e la butta sul fuoco, e va su e giù, su e giù più veloce che può. Nel frattempo, tutti gli altri animali, alcuni di loro molto grossi, come gli elefanti, con una grande proboscide, che potrebbero portare molta più acqua, stanno lì, impotenti, inermi, e dicono al colibrì: ma cosa pensi di fare? Sei troppo piccolo! Questo incendio è troppo grande, le tue ali sono piccole, il tuo becco è così piccolo, puoi portare solo un po’ d’ acqua alla volta. Ma mentre loro continuano a scoraggiarlo, lui torna da loro, senza perdere tempo, e dice: “io faccio del mio meglio e questo, secondo me, è quello che ognuno di noi dovrebbe fare”. Tutti noi dovremmo sempre fare come il colibrì. Io posso sentirmi insignificante, ma di sicuro non voglio essere come gli altri animali della foresta, che guardano mentre il pianeta va in fumo. Io sarò un colibrì e farò del mio meglio.

****

 

Il post di Marta:

«Un giorno una tempesta terribile si abbattè sulla costa, scaraventando sulla riva migliaia e migliaia di stelle marine che restavano immobili e morivano sulla spiaggia. Tutti stavano a guardare esterrefatti e nessuno faceva niente. Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino che fissava le piccole stelle di mare. All’improvviso lasciò la mano del padre, si chinò, ne raccolse tre e le riportò in acqua, poi corse indietro e ripetè la cosa… un uomo che era lì gli disse: “ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia, non puoi salvarle tutte, e lo stesso succede su tante altre spiagge. Inutile, non puoi cambiare le cose”. Il bambino si chinò a raccogliere un’altra stella e gettandola in acqua rispose: “Ho cambiato le cose per questa qui”. L’uomo fece lo stesso… poi furono in quattro, poi in cento, poi migliaia di persone che buttavano stelle di mare in acqua.»

dal libro “Il seme di Nasiriyah. Giuseppe Coletta, il brigadiere dei bambini”  – Lucia Bellaspiga

La matita

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo una lettera. A un certo punto, le domandò:

“Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me.”

La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote:

“E’ vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto.”

Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale.

“Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!”

“Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza, sarai sempre una persona in pace con il mondo.

Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. Dio: ecco come chiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.
Seconda qualità: di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. E’ un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.
Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.
Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro di te.
Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia:di conseguenza, impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.”

Paulo Coelho

Questo racconto è stato letto oggi sul blog di “PennelliRibelli“. Ne ho trovate in rete varie altre versioni, più o meno analoghe a questa:

In principio il fabbricante di matite disse alla matita:

“Ci sono cinque cose che io voglio che tu sappia prima di mandarti nel mondo. Ricordatele e sarai la matita migliore”.

1) Sarai capace di fare tante cose, ma solo se sarai nelle mani di qualcuno.

2) Sarai temperato con dolore da un momento all’altro, ma questo farà di te una matita migliore.

3) Sarai in grado di correggere gli sbagli che avrai commesso.

4) La parte più importante di te è ciò che hai dentro di te.

5) E, in qualsiasi situazione ti troverai, dovrai continuare a scrivere. E dovrai lasciare, sempre e a tutti i costi, una traccia sul tuo cammino che sia un segno chiaro e comprensibile a tutti.

La matita capì tutto quello che gli era stato detto ed entrò nell’astuccio preparandosi così ad entrare nel mondo, avendo compreso lo scopo della sua esistenza.

TU SEI COME LA MATITA: se ricorderai sempre e non dimenticherai queste 5 cose diventerai ogni giorno una persona migliore.

1) Sarai in grado di fare grandi cose, ma solo se ti metterai nelle mani di Dio per essere un dono per gli altri.

2) Sarai temperato dolorosamente da un momento all’altro, attraverso le difficoltà che incontrerai sul tuo cammino, ma questo farà di te una persona più forte.

3) Sarai in grado di correggere i tuoi errori e crescere grazie ad essi.

4) La parte più importante di te è ciò che porti dentro te.

5) Qualsiasi strada prenderai, dovrai lasciare un segno. E, a prescindere dalle circostanze, servi Dio in ogni cosa.

Ognuno di noi è come una matita, è stato creato per uno scopo speciale.
Comprendendo e ricordando questo, continuiamo il nostro cammino.

Sei stato creato per fare grandi cose!

(Liberamente tratto da “Così scorre il fiume”, di Paulo Coelho)

Beh, che dirvi, a me la forzatura religiosa di questa seconda versione mica è piaciuta tanto!

Le tre domande (di Lev Tolstoj)

Le tre domande (di Lev Tolstoj)

Un giorno, un certo imperatore pensò che se avesse avuto la risposta a tre domande, avrebbe avuto la chiave per risolvere qualunque problema:
 
•  Qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa?  
•  Quali sono le persone più importanti con cui collaborare?
•  Qual è la cosa che più conta sopra tutte?
 
L’imperatore emanò un bando per tutto il regno annunciando che chi avesse saputo rispondere alle tre domande avrebbe ricevuto una lauta ricompensa. Subito si presentarono a corte numerosi aspiranti, ciascuno con la propria risposta.

Riguardo alla prima domanda, un tale gli consigliò  di preparare un piano di lavoro a cui attenersi rigorosamente, specificando l’ora, il giorno, il mese e l’anno da riservare a ciascuna attività. Soltanto allora avrebbe potuto sperare di fare ogni cosa al momento giusto.

Un altro replicò che era impossibile stabilirlo in anticipo; per sapere cosa fare e quando farlo, l’imperatore doveva rinunciare a ogni futile svago e seguire attentamente il corso degli eventi.

Qualcuno era convinto che l’imperatore non poteva essere tanto previdente e competente da decidere da solo quando intraprendere ogni singola attività; la cosa migliore era istituire un Consiglio di esperti e rimettersi al suo parere.

Qualcun altro disse che certe questioni richiedono una decisione immediata e non lasciano tempo alle consultazioni; se però voleva conoscere in anticipo l’avvenire, avrebbe fatto bene a rivolgersi ai maghi e agli indovini.

Anche alla seconda domanda si rispose nel modi più disparati.
Uno disse che l’imperatore doveva riporre tutta la sua fiducia negli amministratori, un altro gli consigliò di affidarsi al clero e ai monaci; c’era chi gli raccomandava i medici e chi si pronunciava in favore dei soldati.

La terza domanda suscitò di nuovo una varietà di pareri. Alcuni dissero che l’attività più importante era la scienza. Altri insistevano sulla religione. Altri ancora affermavano che la cosa più importante era l’arte militare.

L’imperatore non fu soddisfatto da nessuna delle risposte, e la ricompensa non venne assegnata.

Dopo parecchie notti di riflessione, l’imperatore decise di andare a trovare un eremita che viveva sulle montagne e che aveva fama di essere un illuminato. Voleva cercarlo per rivolgere a lui le tre domande, pur sapendo che l’eremita non lasciava mai le montagne e riceveva solo la povera gente, rifiutandosi di trattare con i ricchi e i potenti. Perciò, vestiti i panni di un semplice contadino, ordinò alla sua scorta di attenderlo ai piedi del monte e si arrampicò da solo su per la china in cerca dell’eremita.

Giunto alla dimora del sant’uomo, l’imperatore lo trovò che vangava l’orto nei pressi della sua capanna.
Alla vista dello sconosciuto, l’eremita fece un cenno di saluto col capo senza smettere di vangare. La fatica gli si leggeva in volto. Era vecchio, e ogni volta che affondava la vanga per smuovere una zolla, gettava un lamento.
L’imperatore gli si avvicinò e disse: “Sono venuto  per chiederti di rispondere a tre domande: qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa? Quali sono le persone più importanti con cui collaborare? Qual è  la cosa che più conta sopra tutte?”.

L’eremita ascoltò attentamente, ma si limitò a dargli un’amichevole pacca sulla spalla e riprese a vangare. L’imperatore disse: “Devi essere stanco. Sù, lascia che ti dia una mano”. L’eremita lo ringraziò, gli diede la vanga e si sedette per terra a riposare.

Dopo aver scavato due solchi, l’imperatore si fermò e si, rivolse all’eremita per ripetergli le sue tre domande. Di nuovo quello non rispose, ma si alzò e disse, indicando la vanga: , “Perché non ti riposi? Ora ricomincio io”. Ma l’imperatore continuò a vangare. Passa un’ora, ne passano due. Finalmente il sole comincia a calare dietro le montagne.

L’imperatore mise giù la vanga e disse all’eremita: ”Sono venuto per rivolgerti tre domande. Ma se non sai darmi la risposta ti prego di dirmelo, così me ne ritorno a casa mia”. L’eremita alzò la testa e domandò all’imperatore: “Non senti qualcuno che corre verso di noi?”.

L’imperatore si voltò. Entrambi videro sbucare dal folto degli alberi un uomo con una lunga barba bianca che correva a perdifiato premendosi le mani insanguinate sullo stomaco. L’uomo puntò verso l’imperatore, prima di accasciarsi al suolo con un gemito, privo di sensi. Rimossi gli indumenti, videro che era stato ferito gravemente. L’imperatore pulì la ferita e la fasciò servendosi della propria camicia che però in pochi istanti fu completamente intrisa di sangue. Allora la sciacquò e rifece la fasciatura più volte, finché l’emorragia  non si fu fermata. Alla fine il ferito riprese i sensi e chiese da bere. L’imperatore corse al fiume e ritornò con una brocca d’acqua fresca.

Nel frattempo, il sole era tramontato e l’aria notturna cominciava a farsi fredda. L’eremita aiutò l’imperatore a trasportare il ferito nella capanna  e ad adagiarlo sul suo letto. L’uomo chiuse gli occhi e  restò immobile. L’imperatore era sfinito dalla lunga arrampicata e dal lavoro nell’orto. Si appoggiò al  vano della porta e si addormentò. Al suo risveglio, il sole era già alto. Per un attimo dimenticò dov’era e cos’era venuto a fare. Gettò un’occhiata al letto e vide il ferito che si guardava attorno smarrito.

Alla vista dell’imperatore, si mise a fissarlo intensamente e gli disse in un sussurro: “Vi prego, perdonatemi”. “Ma di che cosa devo perdonarti?”, rispose l’imperatore. ‘Voi non mi conoscete, maestà, ma io vi conosco. Ero vostro nemico mortale e avevo giurato di vendicarmi perché nell’ultima guerra uccideste mio fratello e  vi impossessaste dei miei beni. Quando seppi che andavate da solo sulle montagne in cerca dell’eremita, decisi di tendervi un agguato sulla via del ritorno e uccidervi. Ma dopo molte ore di attesa non vi eravate ancora fatto vivo, perciò decisi di lasciare il mio nascondiglio per venirvi a cercare. Ma invece di trovare voi mi sono imbattuto nella scorta, che mi ha riconosciuto e mi ha ferito. Per fortuna, sono riuscito a fuggire e ad arrivare fin qui. Se non vi avessi incontrato, a quest’ora sarei morto certamente. Volevo uccidervi, e invece mi avete salvato la vita! La mia vergogna e la mia riconoscenza sono indicibili. Se vivo, giuro di servirvi per il resto dei miei giorni e di imporre ai miei figli e nipoti di fare altrettanto. Vi prego, concedetemi il vostro perdono”. L’imperatore si rallegrò infinitamente dell’inattesa riconciliazione con un uomo che gli era stato nemico. Non solo lo perdonò, ma promise di restituirgli i beni  e mandargli il medico e i servitori di corte per accudirlo finché non fosse completamente guarito. Ordinò alla sua scorta di riaccompagnarlo a casa, poi andò in cerca dell’eremita.

Prima di ritornare a palazzo, voleva riproporgli le tre domande per l’ultima volta. Lo trovò che seminava nel terreno dove il giorno prima avevano vangato.
L’eremita si alzò e guardò l’imperatore. “Ma le tue domande hanno già avuto risposta”.
“Come sarebbe?”, chiese l’imperatore, perplesso.
“Se ieri non avessi avuto pietà della mia vecchiaia e non mi avessi aiutato a scavare questi solchi, saresti  stato aggredito da quell’uomo sulla via del ritorno. Allora ti saresti pentito amaramente di non essere rimasto con me.
Perciò, il momento più importante era quello in cui scavavi i solchi, la persona più importante ero io, e la cosa più importante da fare era aiutarmi. Più tardi, quando è arrivato il ferito, il momento più importante era quello in cui gli hai medicato la ferita, perché se tu non lo avessi curato sarebbe morto e avresti perso l’occasione di riconciliarti con lui. Per lo stesso motivo, la persona più importante era lui e la cosa più importante da fare era medicare la sua ferita.

Ricorda che c’è un unico momento importante: questo. Il presente è il  solo momento di cui siamo padroni. La persona più importante è sempre quella con cui siamo, quella che ci sta di fronte, perché chi può dire se in futuro avremo a che fare con altre persone? La cosa che più conta sopra tutte è rendere felice la persona che ti sta accanto, perché solo questo è lo scopo della vita”.

Il mondo che creiamo

Mi ricordavo questa storia e sono andata a ricercarla in rete: ne ho ritrovato tanti cloni, ma ciò non mi ha fatto desistere dal riproporvela, perché secondo me è molto significativa.

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Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse nell’aldilà e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno.

Un angelo lo accontentò e lo condusse all’inferno. Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili, pur tuttavia i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pietà.

“Com’e’ possibile?”, chiese il samurai alla sua guida. “Con tutto quel ben di Dio davanti!”.

“Vedi,” rispose l’angelo, “quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare, solo che sono lunghi più di un metro e devono essere rigorosamente impugnati all’estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca”.
Il samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.

Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso. Qui lo attendeva una sorpresa. Il paradiso era un salone assolutamente identico a quello visto all’inferno e, nell’immenso salone, un’infinita tavolata di gente e un’identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.

C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.

“Ma com’e’ possibile?”, chiese il samurai.

L’angelo sorrise.

“All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché si sono sempre comportati così nella vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”.

L’inferno e il paradiso sono dentro di noi.